Ciclone Lewis: «Sono forte come Alonso»

nostro inviato a Sakhir

Nicolas se ne sta fuori, appoggiato a un muretto mentre Lewis Hamilton si fa strada fra due ali di telecamere. I due si vedono da lontano e Lewis, d’improvviso, non sorride per contratto e ruolo, sorride per tenerezza. Nicolas è suo fratello, ha 14 anni e un grave handicap dalla nascita. «Lui è il mio migliore amico, lui è un ragazzo fantastico, lui è la mia ispirazione, lui ha sempre un sorriso per me, lui non si lamenta mai, mentre io ogni volta che credo di avere un problema penso a quanto sono grandi le tristezze che riempiono la sua vita. Averlo come fratello è il più grande onore, mi rende un uomo migliore». Firmato, Lewis Hamilton.
Ventidue anni, tre gare e tre podi. Lewis è il più giovane leader di un mondiale, il primo nero in F1, il primo debuttante capace di ridicolizzare piloti esperti e campioni. Un uomo, Lewis, prima che un pilota. Sarà perché è politicamente corretto dire e pensare che in Occidente non ci siano più differenze razziali, ma è solo una bella e falsa fiaba; sarà perché vivere ogni giorno accanto a suo fratello gli ha insegnato i valori veri; sarà perché papà Anthony si è spaccato la schiena, «cameriere, facchino, tutto ho fatto per aiutarlo nel suo sogno di correre nei kart» ha detto questo cinquantenne impiegato in una casa di cura londinese. Sarà per tutto questo, ma Lewis non sta sbagliando una mossa. Anche perché ai pionieri dello sport è vietato; ed Hamilton vuole essere quello che, per il tennis, fu Arthur Ashe, primo nero a vincere Wimbledon; vuole diventare come Tiger Woods, primo golfista di colore numero uno nel ranking. Per affiancare gente così, bisogna avere quel qualcosa di più.
Ed Hamilton ce l’ha. A 13 anni, durante un evento, vide Ron Dennis, patron della McLaren, e oltre all’autografo gli chiese: «Un giorno mi prenderà a correre con lei?». Sì, fa il bravo, però continua a vincere dove sei adesso fu la risposta, tra il serio e il faceto, del boss inglese. Il ragazzino lo prese alla lettera: trionfò sempre in tutte le categorie a cui partecipò e, poco dopo - si sa mai - Dennis lo mise sotto contratto. Da quel momento mai una delusione per il capo inglese. Il problema minore erano le vittorie, che arrivavano sempre, ma Lewis era perfetto anche in tutto il resto: a Cambridge a studiare come consigliato da papà Anthony e da boss Dennis; ai corsi di comunicazione per reggere sempre col sorriso alle domande dei giornalisti. Di trionfo in trionfò arrivò quello nel campionato Gp2, la serie B della F1, lo scorso anno. A quel punto Ron Dennis non ebbe più dubbi, o quasi. Mandò via Montoya e preparò la strada ad Hamilton. «Quando la tv inglese diede la notizia dell’ingaggio di mio figlio - ricorda papà Anthony -, esultai saltando sulla sedia e finii in ospedale».
Il contratto di Lewis parla chiaro: 750mila euro a stagione, più 250mila per ogni vittoria. Ecco perché il ragazzo è sempre sul podio, ecco perché Alonso è arrabbiato. Dennis si è tutelato solo in una cosa: in qualsiasi momento, nel caso di scarso rendimento, potrà sciogliere il contratto senza penali. Ora se ne guarda bene. Anche perché prima di Melbourne, Lewis disse: «So di poter diventare il miglior pilota del mondo»; ieri, dopo l’ennesima impresa, ha aggiunto: «Volete sapere se penso di avere le stesse chance di Alonso per diventare campione del mondo? Assolutamente sì, non vedo perché no. Ho la stessa sua macchina e mi sembra di essere competitivo quanto lui».