Il ciclone referendumsi abbatte sulla Camera

<div>La Consulta rinvia a oggi la decisione sui quesiti che chiedono di abolire il cosiddetto Porcellum. Ma i grandi partiti sperano in un nulla di fatto</div>

Roma - I quindici guidici della Consulta si sono presi un’altra giornata di tempo: la sentenza sul referendum, che veniva data per certa per ieri sera, è slittata ad oggi. La camera di consiglio prosegue.

E questo slittamento riaccende le speranze (flebili) dei referendari: «Vuol dire che la decisione è meno scontata del previsto, e che non si può dare per certo nessun orientamento», dice il senatore Pd Stefano Ceccanti. Insomma: «I margini per sperare ci sono». Di più, nessuno si azzarda a dire. Anche se nel Pdl, ad esempio, molti si augurano esplicitamente la bocciatura dei quesiti che vogliono abrogare il «Porcellum»: «Se il referendum venisse ammesso e fissato, si aggiungerebbe un nuovo fortissimo elemento di tensione alla situazione politica, già messa in fibrillazione dalle misure sulle liberalizzazioni», confida l’ex ministro Raffaele Fitto, «e si ingigantirebbe la tentazione di far cadere il governo e andare a elezioni anticipate. Senza dire che è per evitare il referendum, ma di certo sarebbe quella una delle ragioni principali». Anche perché, come più d’uno ammette sia a destra che a sinistra, «il Porcellum farà anche schifo agli italiani, ma alle segreterie di partito, e di tutti i partiti, piace eccome»: quale altra legge consentirà mai ad un leader di nominare a sua discrezione un intero gruppo parlamentare? L’attuale parlamento, inzeppato di ex portaborse, ex portavoci, ex amanti, signorine uscite dai calendari e signori usciti dai più infimi sottoscala della politica locale è la dimostrazione che il Porcellum ha reso tutto possibile, e sarebbe duro per molti rinunciare ai suoi miracoli.

D’altra parte, ragiona il vicesegretario del Pd Enrico Letta, «i tanti parlamentari bravi che ci sono anche in questa legislatura sono i primi ad avere orrore del “Parlamento dei nominati” e delle deformazioni che ha prodotto: che il referendum passi o meno, ci sarà una forte pressione per cambiare la legge elettorale». Una pressione, aggiunge, che nasce anche da esigenze nuove: «Il quadro è molto cambiato, dalla scorsa legislatura, e molto ancora cambierà: dopo la rottura con la Lega, ad esempio, il Pdl ha bisogno di nuove regole sulle alleanze». Letta non parla della sua parte politica, ma è chiaro che al vice di Bersani non dispiacerebbe per nulla una legge elettorale che liberasse anche il Pd dalla palla al piede dell’alleanza con Tonino Di Pietro e Sel. Ottimista si mostra anche Walter Veltroni: «Non so cosa decideranno i giudici, ma so che con o senza referendum quei milioni di firme raccolte peseranno: la legge elettorale stavolta andrà cambiata, l’opinione pubblica non consentirebbe di tornare a votare col Porcellum». Insomma, chiosa un altro parlamentare Pd, Andrea Martella, «se non si fa la riforma, la prossima volta ci aspettano alle urne coi forconi».

Come la legge vada riformata, però, è un altro paio di maniche. Nessun partito ha idee molto chiare né univoche in proposito: ognuno immagina una legge diversa a seconda delle convenienze e delle alleanze che vorrebbero stringere, la fantasia si sfrena tra sistemi magiari (che però, visti i bei risultati in Ungheria, non sembra più nella top five), spagnoli, australiani o misti. Di certo, tra i partiti (ma neppure dentro i singoli partiti) non è iniziato alcun lavorio, nonostante gli alti lai lanciati dall’Idv che si appella addirittura a Napolitano accusando il Pd di «volere un tavolo per approvare una nuova legge elettorale con il Pdl e l’Udc per fare fuori noi». Vero è che tra Pd e Pdl ci sono «più interessi in comune che tra Pd e Udc, o Pdl e Lega», come dice Ceccanti. Insomma, i due grandi partiti potrebbero trovare alcuni punti di accordo, a cominciare dal ritocco del premio di maggioranza regionale al Senato, che regala al terzo polo il ruolo di ago della bilancia. Ma la strada è ancora lunga, e tutta in salita.