Il cieco silenzio dell’intellighentia di centrosinistra

Turi Vasile

Franco Cordelli, acuto critico teatrale e stimato romanziere, dopo aver pagato il suo tributo d’obbligo contro l’immagine di Berlusconi, la quale, a parer suo, riassume «la vana gloria, il conformismo o (addirittura) la trivialità», vizi che egli ha imparato ad abiurare fin da bambino, ha tuttavia la lealtà di sottolineare, in un articolo di Dino Messina sul Corriere della Sera di martedì scorso, l’assordante silenzio degli intellettuali di sinistra a proposito del coinvolgimento di alcuni dirigenti rossi nello scandalo bancario in corso. Ho l’impressione che Cordelli sopravvaluti la serietà dei suoi compagni di strada, sempre pronti a esprimere immediata indignazione solo per quanto avviene nel centrodestra, in cui, con evidente manicheismo, siamo tutti incolti, sporchi e cattivi, mentre nel centrosinistra sono tutti probi, belli e irreprensibilmente onesti.
Già il 18 dicembre scorso Dino Messina aveva intervistato Giorgio Bocca che, sparando a zero contro l’eccessivo interesse di dirigenti della sinistra per gli affari, a esempio del perduto rigore morale, così si vantava: «Noi partigiani fucilammo un paio di persone perché avevano rubato delle tende». Sul posto, probabilmente, e senza processo, a riprova del loro luminoso rigore morale! Ieri poi Erri De Luca ha rincarato la dose di Cordelli, sempre attraverso la penna di Dino Messina. Questi pare aver assunto, nel gioco delle parti condotto da Paolo Mieli, il ruolo di sostenitore di una imparzialità che il grande quotidiano ha però perduta, schierandosi apertamente a favore di interessi che privilegiano la sinistra.
Cordelli era arrivato al punto di fare i nomi dei quattro angeli dell’apocalisse rossa. Eco, Camilleri, Tabucchi e Loi, sempre pronti a fulminare con aristocratico disprezzo Berlusconi e soci in qualsiasi occasione si presentasse loro, in Italia e all’estero, i quali ora tengono le labbra sigillate.
Perché, secondo me, Cordelli li sopravvaluta? Perché essi, a parte i meriti letterari e artistici da giudicarsi a parte opera per opera finalmente nel merito, rappresentano, insieme con i loro numerosi compagni, una scatola vuota, un vistoso fungo senza radici. Tento cioè di dire che il loro sinistrismo è solo apparente, contraddetto ideologicamente, filosoficamente e come concezione di vita. Il loro materialismo, piuttosto che storico, è semplicemente edonistico. Il loro moralismo a senso unico è stato fin qui reso possibile per la legittimazione reciproca che si sono dati con il Pci ieri, con i post comunisti oggi e con i residuati di guerra del comunismo di Bertinotti e Cossutta. Una specie di gioco di reciproco rimando, in cui la legittimazione concessa dai comunisti, mai al governo se non per una breve stagione, ma sempre al potere, ha creato, insieme con vistosi vantaggi materiali, la favola di una egemonia culturale della sinistra, sostanzialmente inesistente. Poiché a un attento esame non può sfuggire che moltissimi di codesti intellettuali, sempre a prescindere dai singolari meriti estetici, sono scrittori decadenti e soprattutto borghesi. Borghesi nello stile di vita, liberati da eventuali complessi di colpa dalle lauree ad honorem rilasciate dalla sinistra che li proclamava progressisti, difensori dei poveri e dei proletari a cui si sono limitati talvolta a dare in pasto i resti dei loro luculliani banchetti. In questo modo essi godono dei pingui conforti del consumismo mondano, e al tempo stesso possono fregiarsi del crisma di rivoluzionari ideali, possibilmente da salotto. Ma ora che il rettore magnifico che li laureava ha perduto il mito accademico della diversità, ora gli intellettuali della cosiddetta sinistra dovrebbero abiurare, per usare un verbo caro a Cordelli, il loro proprio manicheismo e riconoscere, almeno, che il bene e il male si confondono in tutta la gamma della condizione umana. Essi però tacciono imbarazzati; a meno che il commissario Montalbano, sagace e affabulatore, non escogiti con un improvviso guizzo di genio uno di quei suoi improbabili finali.