«Cieli aperti: l’Italia sarà un terreno di conquista»

Paolo Rubino: «Vantaggi per le compagnie europee più forti»

da Milano

Oggi a Bruxelles il Consiglio dei Trasporti varerà l’accordo «open skies», cieli aperti, tra Unione Europea e Stati Uniti. Anche Londra, finora contraria, è orientata al sì. Si tratta di nuove regole che entreranno in vigore da ottobre e che muteranno profondamente il trasporto aereo mondiale. Per capirne la portata, ne abbiamo parlato con Paolo Rubino, executive partner della società di consulenza aeronautica Aerbiz ed ex direttore passeggeri dell’Alitalia.
Quali sono i contenuti del trattato?
«Gli aspetti salienti sono l’abolizione del vincolo di nazionalità dei vettori europei per operare verso gli Stati Uniti, e il mutamento, in conseguenza di ciò, dei vecchi rapporti bilaterali tra Gran Bretagna e Usa. In sostanza: qualunque vettore europeo potrà volare da qualsiasi aeroporto europeo verso qualunque destinazione Usa. Anche da Heatrow, finora ristretto a quattro compagnie soltanto».
In termini pratici, che cosa cambierà?
«Ci sarà un aumento della competitività. Per esempio, Lufthansa o Air France potranno volare da Heatrow verso gli Stati Uniti: si tratta delle rotte che fanno più volumi e più profitti nel mondo. Le compagnie con le flotte più forti potranno decidere di operare in mercati poco serviti ma attraenti. Per esempio in Italia, da Fiumicino o da Malpensa».
Questo rischio è reale?
«Sì. In Italia ci si è accapigliati per 10 anni sul tema dell’hub, e alla fine la soluzione la trova l’Europa».
Ma c’è mercato sufficiente per nuovi ingressi?
«Il traffico di Milano verso gli Usa è notevole, di profilo business; di rilievo anche i flussi tra Stati Uniti e Roma».
Come cambierà l’offerta?
«Più scelta, più destinazioni, qualità migliore grazie a destinazioni mirate».
Ci sono diritti di volo disponibili dai vari aeroporti?
«In Italia l’unico scalo con forti limitazioni è Linate. Sia Malpensa che Fiumicino hanno ampi spazi di crescita per il lungo raggio».
Quali saranno i vettori avvantaggiati?
«Tutti quelli che possiedono una flotta che permetta loro di ampliare l’offerta».
L’Italia sarà terreno di conquista?
«È un grande mercato poco presidiato, e non solo per le precarie condizioni di Alitalia. I vettori italiani possiedono in tutto 36 aerei di lungo raggio, già pochi rispetto al potenziale del mercato italiano, che ne alimenterebbe 50. In queste condizioni è impossibile per gli italiani programmare iniziative all’estero».
A quali conseguenze è esposta l’Alitalia?
«Se le sue prospettive di sviluppo stavano nel lungo raggio, oggi è più difficile perseguirle. A parte le risorse finanziarie, manca il tempo per cogliere le opportunità aumentando la flotta, e i nuovi spazi saranno riempiti da altri».
Una sconfitta irrimediabile?
«Diventa più arduo agire. Ma un’azienda determinata deve saper cercare i propri percorsi di successo».