In cielo c'è un angelo anche per chi non crede

Il Papa li celebra ma anche per un laico sono speranza di protezione e un aiuto da invocare nei momenti bui

Una poesia molto bella di Rainer Maria Rilke ci dice che il sogno dell’uomo è possedere la natura invisibile dell’angelo, che pure ha quelle sembianze umane chiaramente visibili allo sguardo addestrato a riconoscere la bellezza. Vorrei poi ricordare una frase lucida e impietosa del filosofo Blaise Pascal: «L’uomo non è né angelo né bestia, ma il guaio è che chi vuole fare l’angelo finisce per fare la bestia».
Questa è la cornice dentro cui una concezione laica della vita si confronta con la figura dell’angelo, celebrata ieri dal Papa, al di là delle complesse questioni teologiche. I testi sacri considerano, in sintesi, gli angeli come esseri mediatori fra Dio e il mondo; esseri puramente spirituali oppure dotati di un corpo etereo; ministri di Dio: messaggeri, guardiani, protettori degli uomini. Hanno ali, che il filosofo del V secolo dopo Cristo Dionigi Areopagita, nella sua perfetta teoria mistica sulle Gerarchie celesti, descrive come quelle del cigno. E la bellezza è una caratteristica essenziale dell’iconografia dell’angelo: dolce, leggiadra oppure guerriera e maestosa come quella dell’arcangelo Michele che uccide Satana nell’opera di Guido Reni. Il nostro angelo è espressione della fede, della presenza di Dio in noi; il nostro angelo, al di là del sentimento della fede, è speranza di protezione. Quando la vita procede senza ostacoli, sotto la spinta del successo, e sembra che nulla possa fermare la conquista di nuove frontiere, abbiamo spesso poco tempo e poche occasioni per fermarci a riflettere sulla fragilità della nostra esistenza. Il nostro angelo ci veglia, ma non è necessario, non abbiamo bisogno di rivolgerci a lui. Chiediamo la sua protezione quando la vita mostra il volto severo della crisi, quando precipita nella sventura e non sappiamo più a che santo votarci per rimanere in piedi sulle nostre gambe, quando temiamo di perdere ciò che abbiamo. L’angelo custode diventa allora il simbolo della protezione invocata.
C’è molta ipocrisia nello scoprire in queste circostanze il nostro angelo: un opportunismo della ragione, quando la ragione non trova più la forza in se stessa per fronteggiare le difficoltà che si presentano. È tuttavia meglio cadere in quest’ipocrisia, che è il segno evidente con cui si ammettono i nostri limiti, le nostre debolezze, le nostre paure, piuttosto che decidere di rimanere chiusi in una fredda razionalità, superba nella sua crisi e nella consapevolezza di essere incapace a dare una soluzione positiva ai problemi che l’assediano. Questa è la via che apre la porta alla disperazione, oppure il cammino lungo il quale accade ciò che paventava Pascal: facciamo di noi stessi degli angeli e non ci accorgiamo di diventare bestie.
D’altra parte, l’errore è nella natura dell’uomo, ed è un facile e debole pensiero quello di credere nella propria potenza, in un’autosufficienza della mente e del corpo che non hanno bisogno della bellezza di un gesto di protezione che rende visibile l’essere invisibile dell’angelo custode, come appunto recitano i versi di Rilke. Non è né ipocrisia né opportunismo quando, di fronte alla crisi e al dolore, dimentichiamo quella prepotenza che ci ha accompagnato nel tempo del successo e, riflettendo sulla nostra debolezza, chiediamo protezione celeste. «Basta una sola lacrimuccia» per essere salvi: Mefistofele così protestava con l’angelo custode di Faust, che nel momento della morte prese la sua anima per portarla in cielo, sottraendola agli artigli del diavolo. Faust, grande metafora dell’uomo contemporaneo, ne aveva combinate di cotte e di crude a spasso per il mondo con Mefistofele, che sensatamente si aspettava di essere ricompensato portando all’inferno l’anima di quell’uomo inquieto, desideroso di nuove conoscenze e di memorabili avventure. Ma della sua vita Faust si pente in punto di morte, e l’angelo custode è pronto a salvarlo, è più veloce di Mefistofele ad afferrare la sua anima.
Questa visione di Goethe dell’angelo paziente accanto a noi, costretti dal senso stesso della vita moderna a rincorrere esperienze, conoscenze, emozioni, questa visione di un angelo sempre pronto a soccorrerci fino all’ultimo istante se chiediamo il suo aiuto, è un’immagine affascinante, colma di speranza che concilia il mondo della fede con quello della scienza.