Cile, il giorno dell’orgoglio «Non trattateci da star siamo soltanto minatori»

Madrid È stato un rosario di esplosioni di gioia. Un succedersi di abbracci, cori, lacrime, parolacce e preghiere scoppiati circa ogni ora, tutte le volte che uno dei minatori usciva, redivivo, dal cuore della terra. Il salvataggio (ancora parziale) dei 33 uomini sepolti dallo scorso 5 agosto ha scandito ieri il passare del tempo in Cile e si è trasformato in un successo e uno spettacolo mondiali.
Erano le 5 e 10 di mercoledì mattina in Italia quando il primo minatore spuntava dal suolo a bordo della Fenice II, quello strano missile sotterraneo che rimarrà impresso nella memoria di milioni di persone. Florencio Ávalos è stato il primo a respirare l’aria della superficie dopo 69 giorni di attesa. Gli abbracci alla moglie Susan e al figlioletto il lacrime erano avvolti dai calorosi applausi dei soccorritori. La sua uscita, annunciata dalle sirene, ha rilanciato la speranza di tutti: il miracolo del salvataggio era davvero possibile.
Neanche un’ora più tardi, alle sei e cinque, la sposa di Mario Sepúlveda, ribattezzato «lo speaker» dei minatori, si mordeva le mani per la tensione: suo marito stava arrivando in superficie e dal tubo di 55 centimetri di diametro si sentiva già la sua voce. Poi la sua esplosione vulcanica, appena la capsula è uscita dalla terra infida: «Viva Chile mierda!, cómo estamos?», è stato l’inizio del suo show che ha galvanizzato tutti i presenti. Con un’umore travolgente ha abbracciato la moglie - promettendole una notte di passione -, ha salutato le autorità come se fossero amici di sempre e ha tirato fuori un sacco pieno di pietre portate direttamente da meno 622 metri: il suo sorridente suvenir dall’inferno per i presenti. Le reazioni degli altri minatori salvati sono state eterogenee: il boliviano Carlos Mamani si è inginocchiato e ha alzato il dito verso il cielo ringraziando il creatore con un «Gracias Señor». Jimy Sánchez ha sventolato la bandiera cilena, mentre José Ojeda Vidal, l’uomo che comunicò al mondo che il gruppo era vivo con il suo laconico messaggio «Estamos bien en el refugio los 33», è rimasto invece in silenzio. Una delle risalite seguite con più attenzione, quella di Claudio Yañez, con problemi di respirazione, si è trasformata in un lungo applauso in superficie e poi in un momento di preghiera quando il minatore si è inginocchiato.
L’uscita dei minatori da quella specie cordone ombelicale che li è andati a cercare fin verso il cuore della terra si è trasformata in un vero spettacolo. Nonostante le promesse di privacy, le telecamere hanno seguito da vicino le emozioni sui volti dei familiari e dei minatori appena usciti. La grande bandiera cilena pronta a bloccare gli sguardi indiscreti nel caso qualche minatore si sentisse male non è stata usata. E come ogni buono show che si rispetti, il salvataggio aveva una scenografia semplice ma efficace: la grande ruota sulla quale scorreva il cavo collegato alla Fenice, che annunciava discese e ascensioni quando prendeva a girare. E un mattatore: Sebastián Piñera. Il neoeletto presidente cileno, si è infatti impossessato del «palco» fin da subito per gestire in diretta mondiale il salvataggio, regalandosi una popolarità pari a varie campagne elettorali.
Piñera si è eretto a paladino dei minatori, annunciando che la miniera rimarrà chiusa fino a che la sicurezza dei lavoratori non sarà garantita. Poi ha abbracciato tutti i minatori e le loro famiglie. Ha risposto in diretta alle chiamate di vari presidenti: Lula, Cristina Kirchner e Hugo Chávez, facendo gala di grande amicizia anche con il presente Evo Morales. Soltanto lo «speaker» Sepúlveda è riuscito a contrastarlo in termini di immagine e di contenuti. «Nessuno deve scordare che questa esperienza deve servire ai dirigenti del nostro paese per cambiare le condizioni lavorative» che hanno originato il dramma dei 33, ha denunciato il minatore di 39 anni. Il più allegro e lucido dei 17 minatori estratti (alla chiusura di quest’edizione) non ha risparmiato neanche un avviso ai giornalisti: «Non trattateci come star, siamo solo minatori», ha ricordato. Anche se da oggi, la vita dei 33 non tornerà mai più a essere la stessa. E forse ancora meno per lui, lo speaker del dramma.