Il Cile del miracolo dei minatori non riesce a salvare 83 detenuti

Il 14 ottobre, l'altro ieri, il mondo aveva gridato al miracolo compiuto da quei geni dei cileni. Recuperare 33 minatori imprigionati da più di due mesi a 600 metri di profondità, nella miniera di San Josè, non era stato un gioco da ragazzi. Ma alla fine, grazie all'«invenzione» della capsula terrestre «Fenix», quei 33 che sembravano dei divi del cinema, coi loro occhialoni neri per proteggersi dalla luce del giorno e dai flash dei fotografi di tutto il mondo accorsi a certificare l'evento, ce l'avevano fatta. Alta quel giorno, sul pennone più alto di una torre di perforazione della miniera, garriva la bandiera del Cile. Alto nei cieli, insieme con un festoso «olè» che si levava da ogni continente, era volato l'orgoglio di una nazione che aveva fatto vedere al mondo intero «come si fa».
Due mesi dopo, eccoci davanti alle immagini sconvolgenti del carcere di San Miguel, a Santiago, nella capitale. Ottantatre morti in uno spaventoso incendio sviluppatosi al quarto piano della tetra fortezza cittadina. Morti tra le fiamme, arsi vivi, ma forse morti già prima per asfissia, ammazzati da una nube densa e nera che per ore, insieme con lunghe lingue di fuoco ha continuato a uscire dalle finestre del penitenziario. Morti davanti agli occhi atterriti di migliaia di testimoni, dei pompieri, dei gendarmi, dei loro parenti, uno dei quali -così era partito l'allarme- era stato avvertito con un messaggio drammatico da un congiunto ristretto in quella che di lì a pochi minuti si sarebbe trasformata in una trappola mortale.
Sicchè sembra un paradosso della Sorte, uno sberleffo del destino cinico e baro, che una tragedia come questa sia avvenuta nello stesso Paese che solo due mesi fa aveva mostrato al mondo, destando l'invidia e l'ammirazione di molti, una capacità tecnica, un genio ingegneristico, una intuizione che noi italiani, per esempio, non avemmo al tempo di Alfredino Rampi, a Vermicino, nell'81.
Le fiamme sono divampate alla torre 4 intorno alle 5,30 del mattino. All'origine del rogo, ha raccontato il capo della gendarmeria Luis Masferrer, ci sarebbe stata una rissa tra detenuti. Lunedì, nel penitenziario di San Miguel, ce n'erano 1960: quasi il doppio di quelli previsti dalla struttura carceraria. Proprio come a San Vittore, a Regina Coeli, all'Ucciardone e a Poggioreale. Sicchè non saremo certo noi, afflitti in tema di sovraffollamento carcerario da problemi strutturali irrisolti da decenni, a poter dar lezioni agli altri.
Pure, qualcosa di più e di meglio si doveva e poteva fare, a Santiago. E lo stesso presidente della Repubblica, Sebastian Pinera, furibondo, non se l'è nascosto, e non lo ha nascosto al popolo. «Il sistema carcerario cileno non è degno di un Paese che si comporta in modo civilizzato con la sua gente", ha detto Pinera, ammettendo che il numero finale dei morti potrebbe essere ancora più grave. Perché sarà anche vero che le fiamme si sono sviluppate «in tre, quattro minuti», ha convenuto il presidente. Ma non si capisce perché ce ne siano voluti 15, «dopo le prime chiamate d'allarme», in una capitale, per vedere sul posto le prime ambulanze.
Roventi, naturalmente, sono le polemiche sollevate dai parenti dei detenuti, che hanno assistito in diretta, squassati dal dolore e dall'angoscia, al raccapricciante spettacolo delle fiamme e del fumo che avvolgevano quell'ala e quel piano dell'edificio dove sapevano ristretti i loro congiunti. Gli uomini della gendarmeria, denunciano ora i parenti, hanno ritardato l'ingresso dei pompieri per poter avere pieno controllo della situazione, in attesa dell'arrivo di una brigata antisommossa.
Poteva accadere ovunque, naturalmente. Cioè, quasi ovunque. Peccato sia accaduto in un Paese che pur non essendo del primissimo mondo aveva fatto due mesi fa come forse non avrebbero saputo neppure a Austin, Texas. Peccato scoprire che quello era stato un'eccezione, e che la regola, forse, è quella di un Paese che non dispone di un elementare sistema di sicurezza adeguato a prevenire stragi di massa in luoghi deputati a contenere in permanenza «masse» di uomini che proprio per la loro condizione non sono in grado di badare a se stessi, quando la Morte ti fluttua vicina.