La Cina «dribbla» Bush sul nodo dei cambi

Il Fmi aumenta le pressioni per ottenere in tempi brevi nuovi equilibri con il dollaro

Gian Battista Bozzo

nostro inviato a Washington

Il presidente cinese Hu Jintao s'impegna con George Bush a intraprendere «ulteriori passi» per rendere più flessibile il cambio dello yuan, ma non specifica né tempi né modi di tali interventi. Nel corso di un incontro alla Casa Bianca i due presidenti hanno discusso di politica internazionale (dalle ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord alla controversa questione di Taiwan), ma hanno anche affrontato molti temi economici. In particolare i problemi commerciali fra i due Paesi, e la questione della rivalutazione della moneta cinese, che dovrebbe ridurre l'enorme deficit commerciale americano nei confronti di Pechino, che a fine 2005 ha raggiunto i 202 miliardi di dollari. «Ci auguriamo che ci sia un ulteriore apprezzamento dello yuan in futuro - commenta Bush incontrando la stampa nell'ufficio Ovale -: il governo cinese prende la questione delle valute molto sul serio, e anche io».
Hu non ha fatto agli Usa molte concessioni, tutt'altro. Ha detto di comprendere le preoccupazioni americane sul commercio e sui cambi, aggiungendo che il governo cinese «proseguirà nell'intraprendere passi» per risolvere le questioni in ballo. «Non perseguiamo un surplus commerciale eccessivo», ha poi assicurato, ricordando che il 90% delle importazioni americane dalla Cina riguardano prodotti che non vengono più fatti negli Usa. Ma la vaga promessa di nuovi sforzi per rendere più flessibile il cambio, senza però fissare modi e tempi certi, è l'unica apertura fatta dal presidente cinese nel corso del colloquio alla Casa Bianca. La questione del cambio rappresenta fonte di tensione fra i due Paesi: Pechino ha abbandonato il decennale cambio fisso col dollaro lo scorso luglio, concedendo un margine di fluttuazione giornaliero massimo dello 0,3% nei confronti del dollaro, ma da allora lo yuan si è rivalutato solo di un modestissimo 1,2%. Tra l'altro, l'arrivo di Hu a Washington è stato preceduto da un dato non certo «conciliatorio»: nel primo trimestre di quest'anno, la crescita in Cina ha fatto segnare un più 10,2%, ben oltre l'obiettivo massimo del governo di Pechino (più 8,5%). Gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 27,7%. Cifre che, oltre a segnalare un surriscaldamento dell'economia cinese, hanno creato qualche imbarazzo nella delegazione di Pechino a poche ore dall'incontro alla Casa Bianca.
Lo stesso Fondo monetario internazionale ha accentuato nelle ultime ore le pressioni per un riequilibrio dei tassi di cambio. La Cina, spiega il direttore generale del Fmi, Rodrigo de Rato, deve fare ancora passi in avanti, «e non soltanto sulla rivalutazione della moneta». Gli squilibri globali vanno risolti stimolando il risparmio privato negli Usa, apprezzando i tassi di cambio nell'Asia emergente, e con le riforme strutturali in Europa e Giappone. «Ma il consenso su queste proposte - conclude il managing director del Fondo - non si è tradotto in azioni». Il Fmi si appresta a introdurre un nuovo sistema di sorveglianza, che includerà il monitoraggio dei cambi delle economie emergenti. «Due volte all'anno - spiega de Rato - analizzeremo l'equilibrio dei tassi di cambio, includendo un buon numero di Paesi emergenti». Un'operazione che, tuttavia, è ancora tema di dibattito nella sede del Fondo monetario per le delicate implicazioni che, evidentemente, comporta.