Cina e Russia rinviano le punizioni per l’Iran

Gian Micalessin

Condoleezza Rice paga la cena, ma i ministri di Mosca e Pechino non cambiano idea. Per loro la questione non cambia. Neppure dopo le discussioni di lunedì notte ai tavoli di un grande albergo di New York requisito dal segretario di Stato americano. Per loro i piani nucleari iraniani non rappresentano una minaccia alla sicurezza internazionale e non richiedono una risoluzione garantita da quell’articolo 7 dell’Onu che prevede sanzioni seguite da un possibile intervento militare in caso di reiterato inadempimento. Washington e i suoi alleati europei dunque devono rassegnarsi. Neppure questa settimana sarà quella buona. Neppure stavolta il Consiglio di Sicurezza trasformerà in risoluzione la bozza messa a punto da Germania e Francia. La nuova capitolazione è stata annunciata dopo l’ennesimo incontro di ieri mattina dei ministri degli Esteri dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza allargato alla Germania.
A spiegare il nuovo fallimento dei «Cinque più uno» è proprio il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier. «Cina e Russia - spiega Steinmeier - non accettano la possibilità di un riferimento seppur in termini generali al capitolo 7 anche se non l’escludono formalmente». Stati Uniti ed europei starebbero insomma convincendo Mosca e Pechino ad astenersi rinunciando al diritto di veto. A questa soluzione sembra far riferimento anche l’ambasciatore Usa John Bolton che continua, imperterrito, a chiedere un voto entro la settimana indipendentemente dalle posizioni russe e cinesi.
L’ipotesi del voto a tutti i costi, anche se tecnicamente non impossibile, sembra però assai improbabile. Steinmeier ha spiegato che ci vorranno almeno «altri dieci o 14 giorni» per «risolvere le cinque o sei questioni» che impediscono l’approvazione della risoluzione. Nell’attesa, l’Europa potrebbe anche metter a punto una nuova ipotesi di negoziati con l’Iran. «Vorremmo come già fatto la scorsa estate spiegare all’Iran - ha aggiunto Steinmeier - i vantaggi che potremmo offrir loro se si atterranno alle richieste della comunità internazionale». Il nuovo ministro degli Esteri britannico Margaret Beckett, appena succeduto a Jack Straw, spiega invece che «un intervento militare non è, per il momento, nei programmi di nessuno».
Sul fronte israeliano le dure dichiarazioni del vice premier Shimon Peres che alza i toni e ricorda all’Iran di rischiare pure lui la distruzione in caso di conflitto dividono il governo e mettono in imbarazzo gli ex compagni laburisti del Nobel per la pace. L’anziano vice premier, padre politico di un progetto nucleare che avrebbe dato vita a un arsenale strategico con oltre duecento testate atomiche, ha lanciato ieri un duro avvertimento a Teheran.
«Loro vorrebbero cancellare Israele, ma se si parla di distruzione anche l’Iran può essere distrutto – ricorda Peres - mi guardo bene dal suggerire un occhio per occhio, ma Israele si difenderà in ogni condizione». Le durissime dichiarazioni innescano l’immediata reazione del neo ministro della Difesa laburista Amir Peretz che ordina di disinnescare l’intervento di Peres ricordando la fiducia israeliana nelle iniziative diplomatiche internazionali. «Israele non ha bisogno di guidare la reazione alla questione iraniana perché questo è un problema mondiale – spiega il portavoce del ministero della difesa Amos Gilad - il nostro suggerimento è di non adottare lo stesso linguaggio e le stesse minacce. Per noi è importante che sia il mondo a isolare l’Iran».
A tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale contribuisce indirettamente anche la relazione alla Knesset del capo dell’intelligence militare israeliana, secondo il quale l’Iran non riuscirà ad assemblare un ordigno nucleare prima del 2010. «Sono ancora lontani dal produrre pochi grammi di uranio arricchito - spiega il generale Amos Yadlin alludendo ai risultati delle sperimentazioni in corso nei laboratori iraniani di Natanz – e per costruire la loro prima arma nucleare avranno bisogno di almeno 25 chili di quel materiale».