Cina, ecco la museruola per chi parla in fabbrica

La punizione prevista dal nuovo regolamento di un’azienda. Nel paese cresce la pressione sui lavoratori. Il sindacato unico è guidato dal partito comunista

Eugenio Buzzetti

Vietato parlare. Lo dice il regolamento. Pena per i trasgressori: una mascherina sul volto che chiude la bocca e impedisce di scambiare anche solo quattro chiacchiere con i colleghi durante l’orario di lavoro.

Accade a Shenzhen, metropoli del sud-est cinese protagonista del boom economico che negli ultimi venti anni ha cambiato il volto del Paese. I dirigenti dell'azienda Yinpin Dianzi, che produce strumenti musicali, hanno deciso di fare rispettare alla lettera il nuovo regolamento che prevede, appunto, tre giorni di punizione con una mascherina sul volto dei lavoratori «colpevoli» di essersi lasciati andare nel chiacchiericcio e avere così compromesso il buon andamento della produzione.

Un episodio estremo ma che è solo l’ultimo del genere. Nonostante dall'inizio del 2008 sia in vigore una nuova legge sui contratti di lavoro, che prevede la «costruzione di armoniose relazioni di lavoro aziendali e la realizzazione del mutuo vantaggio e dello sviluppo comune di lavoratori e imprenditori», la questione operaia, soprattutto nelle industrie manifatturiere del sud-est rimane, in gran misura, irrisolta.

La nuova normativa voluta dal governo di Wen Jiabao, non riesce a risolvere le troppe contraddizioni del mondo del lavoro in Cina. Si sa che molti imprenditori hanno già violato i nuovi regolamenti chiedendo ai nuovi lavoratori di dimettersi o di firmare nuovi contratti di lavoro per azzerare l'anzianità di servizio, cercando di aggirare le nuove normative. Ma, oltre ai soprusi, secondo i dati di Amnesty International, c'è di peggio: negli ultimi anni, nella sola zona economica speciale di Shenzhen, sono almeno tredici al giorno gli incidenti che capitano ai lavoratori: gravi al punto da rendere necessaria l'amputazione di un braccio o di una gamba. Ogni quattro giorni e mezzo, poi, un operaio muore in fabbrica.

Il sud-est cinese è una delle zone più tristemente note per il mancato rispetto dei lavoratori: le aziende-lager del Guangdong, dietro le quali spesso si celano i grandi marchi occidentali, arrivano a contare fino a trentamila dipendenti: l'orario di lavoro quotidiano varia dalle 12 alle 14 ore a fronte di un salario di due dollari al giorno.
Nel corso degli anni, sono aumentate le manifestazioni dei lavoratori contro le pessime e a volte insostenibili condizioni di lavoro nelle fabbriche. Il numero di scioperi spontanei si aggira intorno a trecentomila all'anno ed è in continuo aumento, anche se sempre più spesso le autorità nascondono i dati reali sulle agitazioni ritoccandoli al ribasso. L'ente non governativo China Labour Watch, che dalla sua fondazione nel 2000 difende i diritti dei lavoratori cinesi, denuncia le carenze del Partito comunista nei confronti dei lavoratori: «Non ci sono sindacati indipendenti in Cina e non c'è neppure il diritto di organizzarli». Dagli anni Cinquanta, subito dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese da parte di Mao Zedong, esiste, infatti, un unico sindacato che non rappresenta i lavoratori, ma che ha il compito di «mettere in pratica la linea generale del Partito che indica di impegnarsi per lo sviluppo economico».

I lavoratori cinesi, in sostanza, non hanno una rappresentanza sindacale, dal momento che il sindacato unico risponde esclusivamente agli interessi del Partito e dei datori di lavoro, spesso ex-funzionari del Pcc. Nonostante le promesse fatte sette anni fa sul rispetto dei diritti umani, al momento della designazione di Pechino come città ospitante della ventinovesima edizione dei Giochi olimpici, poco o nulla è cambiato. E le migliaia di lavoratori migranti che in questi ultimi sette anni si sono riversati nella capitale in cerca di un lavoro nell'edilizia sono, ora, i più esposti al rischio di ritrovarsi disoccupati dopo le Olimpiadi dell'agosto prossimo: Pechino non avrà più bisogno di loro al termine dei Giochi. E a loro non rimarrà che tornare nelle loro province, in cerca di un nuovo lavoro senza garanzie.