Cina, esecuzioni sprint per asportare i reni

Parla l'avvocato Wu, attivista dissidente. Sono 10mila le condanne eseguite nel 2007. Anche l'attività forense è pericolosa: il procuratore può incriminare la difesa per falsa testimonianza. <strong><a href="/a.pic1?ID=283148">Il Dalai Lama: &quot;In Tibet tregua violata&quot;</a></strong>

Sarà la coda di paglia, la sindrome da Gorky Park; ma secondo me, così diamo nell’occhio anche di più. Un occidentale e un cinese ai giardinetti, tra delicati salici piangenti, foreste di bambù e rigogliose magnolie: che avranno da dirsi quei due? Lui però ha insistito. Dice che qui si sente più a suo agio.

L’appuntamento era in uno di quei tecno-bar della Fuxingmen, vicino al Conservatorio: musica, birra e chiacchiere di ragazzi. Ma poi, con una telefonata molto cerimoniosa, l’avvocato Wu aveva spostato l’appuntamento. «È stata mia moglie. Dice che mi espongo troppo - mi rivela ora, mentre passeggiamo nel più defilato parco di Zizhuyuan, non lontano dallo zoo -. Insomma: mi sono detto che ho degli obblighi anche nei confronti suoi e dei ragazzi. Spero che non le dispiaccia troppo. Ah, ancora una cosa: non mi descriva fisicamente. È più prudente...».

Wu non è il suo vero nome. Ma anche questo era nei patti. Da una tasca della giacca, l’avvocato estrae un vecchio ritaglio del South China Morning Post. È datato 1 aprile 2006. Si parla di trapianti. «Una volta che i giudici hanno dato il loro consenso - c’è scritto - i medici possono recarsi sul luogo dell’esecuzione con un automezzo sterile. Per molti chirurghi è un’esperienza scioccante, poiché generalmente i condannati non muoiono subito, all’atto dell’esecuzione. Solo che i medici devono agire con rapidità, per preservare la freschezza degli organi. In una certa misura, dunque, anche loro partecipano alla soppressione di una vita. Ma non c’è scelta...».

Wu fa parte di un’associazione per la tutela dei diritti umani. Ma in questo strano Paese è la stessa professione di avvocato ad essere sotto tiro da parte delle autorità. Occuparsi di diritti umani è solo un’aggravante. Dal maggio del 2006, i legali che si prendono a cuore cause collettive (espropri, espulsioni forzate per far posto alla Cina da bere), sono obbligati a darne comunicazione al loro ordine professionale. Così, recita la nuova direttiva, potranno avere dalle autorità «sostegno, supervisione e consigli» (zhichi, zhidao he jiandu).

La Cina detiene il primato mondiale delle esecuzioni capitali. Milledieci morti ammazzati nel 2007, dicono le cifre ufficiali. In realtà il numero è molto più elevato. Duemila, tremila, cinquemila? Nessuno lo saprà mai. È considerato segreto di Stato. Resta il fatto che in occasione dell’Assemblea nazionale del popolo, nel marzo 2005, Chen Zhonglin, uno dei delegati, ha detto che in Cina le esecuzioni capitali sono circa «diecimila l’anno».

«Da noi - racconta mister Wu - la Corte popolare suprema include il numero dei condannati a morte nella più generale statistica delle condanne a pene superiori o uguali a cinque anni».
Inutile protestare. Gli avvocati, in Cina, vivono già con due piedi in una scarpa. Già l’idea di difendere un mascalzone viene giudicata dalle autorità una bestemmia. La questione è stata definita una volta per tutte nel 1997 con una manicomiale modifica del Codice penale (vedi all’articolo 306). Secondo le nuove disposizioni, dunque, qualora un procuratore giudichi che le testimonianze fornite da un avvocato difensore contraddicono le sue convinzioni, il procuratore medesimo può chiedere l’arresto del legale per falsa testimonianza. Roba che non era mai venuta in mente neppure a un Di Pietro.
«I crimini per cui è facile rimediare una pallottola nella nuca vanno dalla corruzione all’evasione fiscale, fino alla diffusione di segreti di Stato. Ma si può morire anche per un furto o per spaccio di droga», mi spiega Wu guardandosi discretamente alle spalle mentre pieghiamo verso un folto bambù.

Dopo la vittoria all’Onu della moratoria contro la pena di morte nel dicembre dello scorso anno, la Cina ha fatto ammenda. Jiang Xingchang, vicepresidente della Corte suprema, ha detto che il Paese intende riformare il sistema delle condanne a morte. Non più il vecchio, sbrigativo colpo di pistola o di mitra alla nuca. No, d’ora in avanti si userà la «più umana» iniezione letale: thiopental sodico per provocare una perdita di conoscenza; bromuro di qualcosa che non ho capito per fermare la respirazione e cloruro di potassio per arrestare il cuore.

Si dice che gli organi dei condannati vengano comprati e venduti da una sorta di mafia dei trapianti. Wu fa sì con la testa. «Non è un segreto», dice, e cita un sito che promette «viscere subito». Sessantamila dollari per un trapianto di rene. Poco più del doppio per farsi un cuore nuovo.

E la tortura? Va ancora così di moda? «Sì, sì», dice Wu accendendosi l’ultima sigaretta. Cita un episodio che avevo già letto nel bel libro dedicato al «rovescio delle medaglie» dal missionario del Pime e direttore di Asia News Bernardo Cervellera. È la storia di She Xianglin, condannato all’ergastolo nell’aprile del 2005 (era reo confesso) per l’omicidio della moglie. La quale moglie, qualche mese dopo, venne sorpresa a spasso con un fidanzato fresco di giornata. Xianglin venne naturalmente scarcerato. Ma da allora zoppica vistosamente, e di quella storia, a chi gli domanda com’era andata in carcere, non vuole più parlare.