La Cina grazia le vecchiette condannate ai campi di lavoro

Ancora nessuna notizia dei 675 monaci tibetani deportati prima delle Olimpiadi

Troppa attenzione, meglio evitare una condanna per Wu Dianyuan e Wang Xiuying. Le due anziane signore di Pechino che in pieno periodo olimpico si erano battute per protestare contro lo sfratto dalle loro abitazioni, avvenuto nel 2001, non finiranno in un laogai, uno dei famigerati campi di rieducazione attraverso il lavoro. La decisione è stata presa dal Comitato Municipale di Pechino che si occupa delle condanne ai lavori forzati. Wu, 79 anni e Wang, 77, erano state arrestate il 19 agosto scorso, per avere ripetutamente chiesto il diritto a protestare in una delle zone consentite durante il periodo dei Giochi Olimpici: le due donne avevano chiesto un risarcimento dopo che le case in cui abitavano erano state demolite per fare posto a una delle strutture che avrebbero ospitato le Olimpiadi.
Tra il 5 e il 18 agosto scorsi le anziane signore avevano chiesto per cinque volte il permesso a manifestare senza ottenere risposta. Il 17 agosto avevano ricevuto dall'Ufficio per la rieducazione attraverso il lavoro una condanna a un anno di lavori forzati. La notizia, diffusa dall'organizzazione non governativa Human Rights in China, aveva fatto il giro del mondo e due giorni fa le due donne sono state graziate.
Ma se i riflettori puntati sulla Cina durante le Olimpiadi sono serviti ad aiutare le due anziane pechinesi, altrettanto non si può dire dei 675 monaci lamaisti che nell'aprile scorso sono stati deportati dai loro monasteri in Tibet per evitare che potessero fomentare disordini durante i Giochi. Il giro di vite contro i monaci è cominciato a poche settimane dalle contestazioni sfociate in rivolta contro la Polizia, il 14 marzo scorso, a Lhasa. I religiosi sono stati deportati dai monasteri di Sera, Drepung e Ganden, tra i maggiori dei Tibet, e caricati su un treno con destinazione Golmud, provincia del Qinghai. Molti di loro sono stati sistemati nel carcere militare della piccola località della Cina centrale, altri sono finiti o in zone amministrate dall'esercito o in strutture alternative, sempre nel Qinghai.
Oltre ai monaci tibetani, l'operazione di deportazione aveva coinvolto anche monaci delle province del Sichuan e proprio del Qinghai. A questi ultimi sarebbero stati concessi gli arresti domiciliari, misura restrittiva a cui sono tuttora sottoposti. Ai religiosi era stato detto che la detenzione sarebbe terminata con la fine dei Giochi. Non è stato così. I monaci sono ancora detenuti e della loro sorte non si sa nulla di ufficiale. Fonti citate da organizzazioni umanitarie hanno riferito di percosse e duri trattamenti contro i religiosi detenuti.