Cina, la guerra dei figli unici. Aborti forzati al nono mese

Pechino - He Caigan era incinta di nove mesi: il suo bimbo era pronto a nascere quando i medici l’hanno ucciso, con una iniezione alla testa. Il piccolo ha sofferto insieme alla mamma, nel letto numero 37 dell’ospedale del Popolo di Youjiang, nel Sud della Cina: un’agonia di 20 minuti, poi non si è più mosso. Non è mai nato. I medici hanno eseguito gli ordini dei funzionari dell’ufficio per la pianificazione familiare che, pochi giorni fa, hanno deciso così la sorte di 61 bambini, destinati a non lasciare il grembo materno se non da morti. Come il figlio di Wei Linrong, moglie di un pastore cristiano, che ha dovuto prima subire cinque dosi massicce di farmaco abortivo e, poi, il dolore di partorire il suo piccolo ormai cadavere.

È l’effetto più macabro della politica del figlio unico, che il governo cinese non solo non ha intenzione di abbandonare (continuerà almeno fino al 2010), ma vuole addirittura inasprire. Il nuovo obiettivo sono le coppie ricche, quelle che possono permettersi la multa da seimila euro: le autorità vogliono svergognare gli evasori e pubblicare i loro nomi sui quotidiani locali. E vogliono punire anche i trasgressori all’interno del partito: nello Henan, d'ora in poi promozioni e ruoli da dirigenti saranno riservati a chi rispetta la legge. Ma queste sono intenzioni: nella realtà, la campagna di aborti forzati colpisce con crudeltà le famiglie più povere. È quello che è successo nei giorni scorsi nella provincia meridionale del Guangxi: una regione ricca, amata dai turisti cinesi e dagli imprenditori. Il 17 aprile 41 donne sono state trascinate in ospedale e costrette ad abortire. Il giorno dopo è toccato ad altre venti donne.

Ventiquattr’ore per uccidere 61 bambini. La denuncia è partita da "China aid association", organizzazione con base negli Usa, ed è stata ripresa dal sito "Asia news" e dal quotidiano "Avvenire". Pechino ha poi mandato altri poliziotti per difendere medici e agenti dalla rabbia della popolazione locale, che subisce il peso di una legge spesso ignorata dalle famiglie più ricche. Anche se, ufficialmente, dalla normativa sono esclusi i contadini più poveri e le minoranze etniche. Le cifre parlano di 90 milioni di coppie colpite dalla pianificazione familiare, quasi tutti residenti nelle città. Una norma apparentemente rigida ma che, dal 1979, è stata applicata in realtà a circa il 35% della popolazione: perché, quando il primo nato è una femmina, le autorità spesso chiudono un occhio e consentito un secondo tentativo. L’ultima spiaggia è Hong Kong, dove il divieto non è in vigore. Ma il governo locale ha reso obbligatoria la prenotazione della visita medica per chi è incinta di almeno 28 settimane, per evitare le code al pronto soccorso.
Fra eccezioni e permessi, la legge è stata un fallimento a livello numerico. Ed è un disastro sul piano sociale: perché alimenta il risentimento già molto diffuso verso i ricchi (secondo un sondaggio del China youth daily, il loro privilegio familiare è «ingiusto» per il 68% degli intervistati) e accelera l’invecchiamento della popolazione (di questo passo, nel 2050 gli anziani raggiungeranno il 30%). E perché le donne - ovviamente penalizzate, perché basta un’ecografia per convincere molti futuri genitori ad abortire, nella speranza di un maschietto - sono già troppo poche per la sovrabbondanza di uomini in cerca di moglie: con la conseguenza che molte giovani sono rapite e condotte nelle campagne, per sposare signori molto più vecchi e poco ambiti.