La Cina impone al Tibet colossale statua di Mao

Manila Alfano

Vanno e vengono gli operai cinesi lungo la strada che porta alla piazza di Shangcha della contea di Gonggar, a 100 chilometri da Lhasa, capitale del Tibet. Entro luglio i lavori dovranno essere completati e, a quel punto, nel centro della piazza, la figura di Mao Tse Tung dominerà in tutta la sua imponenza. Alta più di sette metri, più i cinque del piedistallo a prova di terremoto e 35 tonnellate di peso; il volto sorridente, con il braccio destro teso come chi mostra il cammino. Sarà la statua di Mao più grande della Cina, la prima costruita in Tibet per i trent’anni della sua morte, avvenuta il 9 settembre del 1976. Una rappresentazione mastodontica del Grande timoniere, che 55 anni fa ordinò alle sue truppe l’invasione del Tibet. È un gesto carico di significato, con il quale Pechino intende riaffermare, dentro e fuori i confini, il diritto storico di proprietà sul Tibet, dichiarata regione autonoma all’interno dei confini cinesi nel 1965.
«Si tratta della prima statua di Mao nel Tibet», afferma Wang, funzionario di governo nel distretto di Gonggar-Changsha. Questa provincia, di cui Mao era originario, ha donato l’equivalente di 670mila euro per la costruzione e il trasporto della statua. Secondo la versione ufficiale cinese, il presidente Mao e i comunisti liberarono il Tibet nel 1951 in modo pacifico, per poter mettere in marcia una grande riforma politica, sociale ed economica, e abolire secoli di sistema feudale basato sul potere della religione buddhista.
La statua in granito è in grado di resistere a fulmini, saette e terremoti. «Per proteggerla - spiega il sottosegretario - abbiamo fatto installare un parafulmine e rinforzato la base affinché il presidente possa resistere a scosse fio a 5,5 gradi della scala Richter. Anche se in questa zona i terremoti sono rari, non vogliamo che il presidente corra alcun rischio». Dal punto di vista di Pechino, il Tibet ha sempre fatto parte della Cina. Per altri, come il Dalai Lama, è solo la storia di una Superpotenza che occupa un territorio e inizia un processo di indottrinamento della popolazione, calpestando i diritti umani per sopprimere una cultura unica e millenaria.