Cina-Israele, lo strano asse degli armamenti: la tigre asiatica cerca sponde nel Mediterrraneo

Il capo di stato maggiore cinese generale Chen Bingde si recherà in visita ufficiale in Israele la prossima settimana. Una vistita che seguita a quella del ministro della difesa Ehud Barak a Pechino due mesi fa. Intanto il governo cinese vara la sua prima portaerei

Il capo di stato maggiore cinese generale Chen Bingde si recherà in visita ufficiale in Israele la prossima settimana. È una notizia che non si può nascondere ma che ambo i governi non tengono a pubblicizzare per molteplici ragioni. La prima è che la visita, che seguita a quella del ministro della difesa Ehud Barak a Pechino due mesi fa, ha per scopo principale di ripristinate la fiducia dei militari cinesi nella capacità di Israele di onorare gli impegni presi. Questa fiducia era stata scossa dalla decisione di Israele di recedere, sotto pressione americana nel 2000, dal contratto firmato per forniture di apparecchiature all'aviazione cinese.
I rapporti diplomatici, stabili fra i due Paesi nel 1992, si erano infatti inizialmente materializzati, dopo un lungo periodo di ignoranza cinese per Israele, nel campo delle forniture di alta tecnologia. Anche se in seguito gli scambi economici fra i due Paesi erano saliti a 6 miliardi di dollari, i militari non avevano più trattato con uno Stato che oltre a mancare agli impegni scritti si rivelava succube al diktat americano. Un’indiretta conseguenza di questa sfiducia era stato l'aumento del sostegno politico e diplomatico (al Consiglio di Sicurezza) all'Iran principale fornitore di petrolio di Pechino. In questo contesto, la Cina aveva inserito la Siria, alleata di Teheran, come fattore preminente nel suo gioco strategico di penetrazione nel Mediterraneo dove aveva sviluppato interessi marittimi strategici con Grecia e Libia.
L'instabilità nei due Paesi, unita all'indebolimento dell'influenza americana nel Medio Oriente in generale e in Israele in particolare, la maniera rude e decisa con cui Netanyahu ha respinto le pressioni di Washington per far cessare la costruzione di alloggi a Gerusalemme oltre all'incremento del "nazionalismo islamico" nello Xinjiang sembra aver indotto Pechino a riprendere la collaborazione strategica militare. Questo non muta certo ancora la posizione di Pechino nei confronti della questione palestinese. Ma nella affannata corsa cinese all'acquisizione di materie prime e di fonti energetiche, è possibile che la scoperta di grandi depositi sottomarini di gas davanti alle coste israeliane abbia risvegliato nuovi interessi.
Se ci sarà uno sviluppo di rapporti tecnologici strategici fra i due Paesi è ancora tutto da vedere. Quello che appare evidente è che questa visita dal Capo delle forze armate cinesi (che fra l'altro coincide con il varo della prima portaerei cinese) indica due cose: lo sviluppo dell'interesse di Pechino per il Mediterraneo e lo spostamento - di cui abbiamo spesso in passato parlato su queste pagine - dell'asse di interessi israeliani dall'America e dall'Europa, (vista da Gerusalemme come una impotente Eurabia sempre più ostile a Israele, come dimostrato dal recente durissimo scontro fra gli ambasciatori della Comunità e il consigliere della sicurezza di Netanyahu, generale Yaakov Amidor) verso l'Asia indiana e cinese.