La Cina minaccia, il governo tace

Dopo gli incidenti l’ambasciatore paventa ritorsioni. D’Alema minimizza ma la Cdl non ci sta. Gli affari del Dragone<a href="/a.pic1?ID=171244"><strong> spaventano le imprese</strong></a>

Roma - Il caso Chinatown è chiuso. Sembra questo il diktat nei palazzi del governo. Dopo i tafferugli di via Paolo Sarpi a Milano in cui i vigili urbani sono stati aggrediti dai cinesi l’ambasciatore di Pechino a Roma Dong Jinyi ha posto alcune condizioni: se il Comune di Milano prendesse provvedimenti contro la comunità, «sarebbe un problema».
Non solo per Milano, ma per «la politica del governo italiano», che, ha ricordato Jinyi in un’intervista con il Corriere della Sera, «adesso dà il benvenuto agli investimenti cinesi e alle nostre imprese che vogliono venire da voi».
Il problema sarebbe dunque «economico», ha spiegato Jinyi: si è detto convinto che la situazione si risolva, ma «se la questione non sarà risolta in modo adeguato, delle conseguenze negative ci saranno di sicuro».
Nessuna risposta è arrivata dal governo, nessuna convocazione dell’ambasciatore, o lettere diplomatiche di alto livello. Da Roma si sono piuttosto levate voci preoccupate, come quella di Paolo Cento, sottosegretario all’Economia dei Verdi, che ha posto l’attenzione sulla «tutela dell’economia nazionale».
Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema sembra aver incassato senza offesa. L’ambasciatore, a suo avviso, non ha esercitato nessuna interferenza sullo Stato italiano: «No, nessuno è intervenuto sullo Stato - ha risposto a Lucia Annunziata durante la puntata di In mezz’ora, su RaiTre -. C’è stato un comunicato, nel quale hanno espresso l’auspicio che questa situazione sia superata con serenità, con metodi obbiettivi: non è un’interferenza nella vita dello Stato italiano».
Eppure proprio D’Alema aveva già dimostrato, nel suo lavoro alla Farnesina, di non aver paura di rispondere a tono ai grandi del mondo, come quando accusò di interferenza i sei ambasciatori che avevano scritto una lettera aperta all’opinione pubblica italiana sul ruolo in Afghanistan. Una lettera definita da D’Alema «irrituale e inopportuna». Nel caso di Jinyi, invece, per il ministro degli Esteri l’interferenza non c’è.
L’emergenza della comunità cinese «non esiste» per il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. Il problema, per Diliberto, è quello della «convivenza tra diverse etnie, religioni, impostazioni culturali». E’ inutile la linea dura, perché quello che è da cambiare è «la condizione di vita in partenza cioè nei luoghi d’origine, ma a questo l'Occidente è cieco».
La linea della maggioranza è questa: non esiste un problema con la comunità cinese. L’opposizione, invece, è di altro avviso, e punta l’indice contro l’emergenza sicurezza e le «accuse» dell’ambasciatore. Domani, in via Paolo Sarpi, Alleanza Nazionale con il portavoce Andrea Ronchi e con il capogruppo alla Camera Ignazio La Russa presenterà le sue proposte.
L’opposizione sottolinea anche una caratteristica della comunità cinese di cui la maggioranza non parla, o che accenna soltanto: «Quando parliamo di mettere dei dazi lo facciamo perché da parte della Cina c' è la palese violazione dei diritti umani e delle norme di tutela dei lavoratori», ha sottolineato Roberto Cota, segretario della Lega Nord Piemonte.
D’Alema non può ignorare le parole dell’ambasciatore, pretende l’Udc. Il senatore Francesco Pionati chiede al vicepremier di convocare Jinyi perché dia chiarimenti «sia sulle sue dichiarazioni, sia sul comportamento dei suoi connazionali. Non vorremmo - chiarisce - che la bandiera rossa che sventola a Pechino possa creare qualche imbarazzo a D’Alema».
La Cina «non può dare lezioni a nessuno su nulla», aggiunge Maurizio Gasparri (An), perché è un Paese «che consente lo sfruttamento dei minori, fa concorrenza sleale alle imprese occidentali, pratica la pena di morte, ignora la democrazia». E’ dunque «grave» che l’ambasciatore cinese «accusi l’Italia di xenofobia».