«La Cina è il Paese più ricco ma di condannati a morte»

Il presidente di Amnesty International: «Processi sommari, torture, schiavismo. Per favorire la crescita economica sono costretti a essere ancora più feroci»

Pierangelo Maurizio

Questo non è il Libro nero del comunismo. E non riguarda l’ieri ma l’oggi. È il risultato, devastante, dei rapporti di Amnesty International su come si vive e soprattutto su come si muore in Cina. Dove nel 2004 i boia hanno eliminato 3.400 condannati a morte (su un totale mondiale di 3.797). Per avere un’idea gli Stati Uniti sempre nel 2004 hanno eseguito 59 sentenze capitali (944 dal ’77 quando fu reintrodotta la pena capitale). Ne parla Paolo Pobbiati, 47 anni, presidente della sezione italiana di Amnesty International.
La Cina è dunque il primo produttore sul globo di esecuzioni capitali?
«Bisogna precisare che 3.400 sono quelle monitorate. Secondo fonti molto attendibili sono 8-10 mila all’anno. Vale a dire una ogni 50 minuti...»
Il motivo di questo primato?
«Il codice penale cinese conta ben 68 reati per cui è prevista la pena di morte: dai reati di terrorismo al furto, alla falsificazione di etichette sulle bottiglie. È molto facile in Cina essere condannati a morte. E c'è un motivo più profondo».
Quale?
«In una situazione di rapida crescita economica, forse senza precedenti nella storia, il governo deve gestire il cambiamento e mantenere il controllo ferreo sulla società».
Come vengono eseguite le condanne a morte?
«Fucilazione con colpo alla nuca. Da qualche anno anche con iniezioni letali a bordo di furgoni mobili spostati di carcere in carcere».
In Cina si ricorre alla pena di morte anche per i minorenni?
«Non abbiamo dati precisi. Ma è abbastanza probabile».
Quanti bambini-adolescenti vengono giustiziati?
«Tutte le informazioni su questa materia sono segreto di Stato. Ma neanche le autorità centrali hanno statistiche precise. Spesso i tribunali operano in maniera sommaria. Tra l’inizio del processo e le esecuzioni possono passare poche ore o pochi giorni».
Nelle carceri la tortura è usata sistematicamente?
«Sì. Le denunce che continuano ad arrivare da ex detenuti lo confermano. Bastoni elettrici, manette che tagliano i polsi... È molto usata nelle stazioni di polizia o prima del processo per estorcere confessioni, durante la detenzione per annichilire la personalità».
Qual è la situazione nei cosiddetti «campi di rieducazione»?
«Anche qui non abbiamo dati precisi. Oltre a criminali comuni, persone trovate lontane dal luogo di residenza, vi sono rinchiusi soprattutto i dissidenti politici. Che possono essere condannati fino a tre anni non con un processo ma con un provvedimento amministrativo emesso da un funzionario di partito».
Da 15 anni l’economia cinese cresce dell'8%-10% in più all’anno. Chi ne sta pagando il prezzo?
«C’è una crescita a più velocità. C’è un’élite che sta diventando ricchissima. Una borghesia medio-alta soprattutto nelle città costiere. E masse di diseredati, contadini e operai messi in crisi dalla decollettivizzazione degli anni Ottanta e che non beneficiano, anzi subiscono questa crescita. In Cina ad esempio non esiste un’assistenza sanitaria pagata dallo Stato. Sono loro, operai, contadini, sindacalisti, a formare la nuova dissidenza».
Nelle aziende cinesi sono rispettati i lavoratori, i diritti sindacali?
«Non esiste nessuna garanzia sindacale scritta. Tutto è a discrezione del datore di lavoro. Si va da situazioni abbastanza simili allo schiavismo, e il più delle volte riguardano le donne, ad altre situazioni più simili ai nostri standard».
C’è una responsabilità anche delle aziende occidentali che fanno a gara per produrre in Cina?
«Enorme. Loro possono incidere sulla situazione, attraverso loro possono entrare concetti come minimi salariali, diritto di sciopero. Cose tuttora sconosciute in Cina. Potrebbe sembrare paradossale in un regime che tuttora è comunista ma è la realtà».
Da mesi Amnesty ha lanciato una campagna per liberare il giornalista Shi Tao. Perché è in carcere?
«A settembre è stato condannato a 10 anni per aver divulgato tramite Internet notizie sulla diffusione della Sars. Internet è la nuova frontiera della repressione. Con la complicità dei grandi motori di ricerca come Yahoo!, Google, Microsoft. Shi Tao è stato identificato grazie ai dati forniti da Yahoo!».
Che fine hanno fatto i ragazzi che nell’89 in piazza Tienanmen chiedevano democrazia e libertà?
«Molti sono fuggiti all’estero. Qualcuno si è integrato nel sistema. Altri sono carcere: da 17 anni».
Dal massacro di Tienanmen c’è l’embargo sulla vendita di armi alla Cina. Questo embargo è violato?
«Sì. Anche aziende italiane hanno venduto a Pechino grandi quantità di armi».
Perché l’«opinione pubblica democratica» in Europa e in Italia sempre pronta a mobilitarsi per i diritti e le libertà è così distratta sulla Cina?
«C’è un’attenzione ondivaga sia da parte della destra che della sinistra. C’è una grande capacità di girare lo sguardo verso le grandi opportunità economiche distogliendolo da altre questioni».
pierangelo.maurizio@alice.it