La Cina «perdona» e fa la corte al Giappone

da Washington

Uno strato di diplomazia convenzionale, altri tre di fiorita ambiguità orientale. Eppure sotto tutta questa vernice risulta piuttosto chiaro il senso della visita a Tokio (la prima a questo livello dopo sette anni), del primo ministro cinese Wen Jiabao: Pechino tende la mano a Tokio, anzi le fa la corte. Cerca una intesa, promuove un ravvicinamento che sarebbero veramente storici, dato che i rapporti tra i due Paesi non si sono mai davvero normalizzati dopo gli eventi traumatici della metà del XIX secolo.
Il Giappone ha dei ricordi, la Cina, in più, dei rancori, che spesso si esprimono (all’orientale, appunto) su appigli simbolici quali il comportamento dei politici nipponici nei confronti del tempio di Yasukuni, che secondo la tradizione nazional-religiosa ospita le anime divinizzate di tutti coloro che sono caduti in guerra per il Giappone e che nella visuale cinese (in verità anche di altri governi) andrebbe invece visto come un monumento all’imperialismo giapponese.
Le frequenti visite del penultimo premier di Tokio, Koizumi, hanno dato la stura ad altrettante proteste cinesi (e coreane), intermittenti come le visite; il che fa pensare che da ambo le parti il rito venga usato per mandare segnali «subliminali» alla controparte, anche quando il vero motivo del contendere è molto terreno come il riarmo o la delimitazione delle aree di influenza commerciale. Wen ha scelto stavolta di parlarne in pubblico, in un discorso al Parlamento di Tokio. È ritornato sul problema ma ha proposto, ai margini, una soluzione: dato che il nuovo primo ministro giapponese Shinzo Abe non si è ancora recato a Yasukuni continui a non farlo finché è primo ministro, e dopo potrà andarci tutte le volte che vuole. Vale a dire via libera ai politici nipponici tranne il capo del governo momentaneamente in carica.
Queste parole non fanno parte dell’allocuzione ufficiale, ma il loro senso sì: Wen ha ricordato ai parlamentari di Tokio la gravità dei «danni tremendi che l’invasione giapponese ha portato al popolo cinese, le cicatrici profonde che ha lasciato nei nostri cuori», ma ha anche aggiunto che questa fu colpa solo di «pochi leader militaristi» e che anche la gran parte del popolo giapponese è stata vittima della guerra. Che il passato, insomma, non sia ignorato, ma non costituisca un intralcio a un presente e a un futuro di collaborazione e di amicizia. E tanto per dimostrare la buona volontà ecco l’invito per l’imperatore Akihito tra un anno alla cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi. Per la prima volta dopo decenni, l’ospite venuto da Pechino ha ignorato un altro tema frequente di recriminazioni dei Paesi vicini del Giappone per una sua pratica bellica: il reclutamento forzoso di giovani donne nei Paesi occupati per rifornire i bordelli militari.
Tutto questo brutto folclore militare dovrebbe ora essere messo nel cassetto o almeno passare in secondo piano, perché il Giappone e la Cina hanno bisogno di diventare sempre più amici e di affrontare assieme le situazioni che cambiano nell’Asia Orientale così come in altre parti del mondo. Un nuovo equilibrio di forze emerge nel Pacifico, anche in conseguenza di una prevista riduzione dell’attuale ruolo egemonico degli Stati Uniti. Pechino non dice di desiderarlo ma lo considera una conseguenza inevitabile del ritorno della Cina al suo ruolo storico di numero uno in quella parte del mondo. Tokio non vede che malvolentieri un tale rimescolamento di carte. I giapponesi preferiscono lo status quo, che dovrebbe soprattutto garantire la continuazione della rapida crescita economica, con una presenza militare Usa che faccia da scudo e abbia un ruolo di dissuasione. Per questo di fronte alla crisi provocata dalle ambizioni nucleari della Corea del Nord, mentre la Cina ha assunto il ruolo di mediatore numero uno, il più possibile equidistante dalle posizioni di Washington e da quelle di Pyongyang, il Giappone ha agito invece per rafforzare i propri legami con gli Usa, compresi i problemi di area e perfino Taiwan. Una polarizzazione che adesso potrebbe attenuarsi, soprattutto da quando l’America ha alleggerito toni e sostanza della sua politica verso la Corea del Nord.