Cina, un quartiere di Shanghai progettato col rito ambrosiano

Il concorso vinto dagli architetti milanesi che si sono ispirati agli antichi giardini

Francesca Amé

La modernissima Shanghai ha appena assegnato allo studio meneghino Progetto CMR la vittoria di un concorso internazionale per la realizzazione di un intero quartiere terziario della città. E quando si parla di Cina, non si tratta mai di cifre irrisorie: 170mila metri quadrati di area e ben 650mila di costruzione per un distretto commerciale che ospiterà uffici, residenze, hotel e un centro di ricerca. Massimo Roj, milanese, 45 anni, amministratore delegato della società, ha ideato con la sua équipe un progetto in cui lo spazio verde - a modello degli antichi giardini cinesi - sarà il cuore del quartiere.
Nell'area, situata nella zona ovest della metropoli, saranno create delle collinette verdi al di sotto delle quali troveranno posto le funzioni che non necessitano di luce diretta come gli shopping center, i bar, i centri fitness. Ma questa è solo l'ultima delle commesse che la società milanese si è aggiudicata in Cina dove, specie nell'antica città di Tianjin, ha realizzato importanti costruzioni tra cui l'edificio del rettorato universitario, un hotel di lusso e un grande centro culturale. «Ho firmato più progetti in Cina in un anno che in Italia in vent'anni di attività», commenta Roj, con la valigia pronta per Shanghai.
Architetto Roj, in quanto tempo il quartiere che è stato da voi progettato diventerà realtà urbana?
«In tempi cinesi: 24, 30 mesi al massimo. Un lampo».
Lei lavora in Cina da tre anni: com'è stato il primo impatto?
«Mi aspettavo le biciclette e ho trovato i grattacieli, i treni ad alta velocità, la tecnologia, il lavoro 24 ore al giorno».
Un inizio entusiasmante.
«Con alcune ombre. Le città sono urbanizzate all'estremo, con una densità abitativa per noi inimmaginabile che provoca un inquinamento sempre più forte».
Negli affari come si superano le inevitabili differenze culturali?
«Non si superano. Siamo noi che dobbiamo adeguarci al loro modo di fare. Abbiamo imparato a servirci di mediatori culturali in fase di trattativa: i cinesi hanno tempi molto diversi dai nostri».
In che senso?
«Lì non esiste tutta la burocrazia che affligge l'Italia: i progetti sono approvati velocemente e altrettanto velocemente realizzati. Se noi tergiversiamo, qualcun altro, meglio attrezzato, si aggiudica la commessa».
Che cosa significa per un architetto italiano progettare un quartiere di Shanghai?
«Vuol dire assistere alla costruzione immediata di quanto c'è sulla carta perché in questo momento la Cina sta investendo molto nel settore immobiliare».
Che tipo di architettura è richiesta?
«Purtroppo i cinesi, sia per esigenze urbanistiche sia per mentalità, hanno distrutto molto delle loro antiche architetture e vogliono copiare biecamente il passato dell'Occidente. È necessaria una grossa opera di educazione della loro sensibilità artistica».
È ancora viva in Cina la passione per il made in Italy?
«Quando dico che vengo da Milano, gli argomenti di conversazione sono, nell'ordine: calcio, design e moda. Sì, il made in Italy in Cina è più in forma che mai».