La Cina: "Rieducheremo i ribelli tibetani"

Si stringe la morsa di Pechino. Bush telefona a Hu Jintao: "Grande preoccupazione, dialogo necessario". Il presidente del parlamento europeo Poettering invita il Dalai Lama

Il Tibet? Deve ringraziare Pechino e Mao Ze Dong per il progresso e la prosperità raggiunte. Parole del presidente cinese Hu Jintao. Parole messe nero su bianco e spedite per e-mail a Beppe Grillo, Nancy Pelosi, Richard Gere e a tutti i più accaniti sostenitori delle campagne anticinesi. Con quella sorta di «controverità» sul Tibet il presidente Hu e gli esperti di propaganda cinesi sperano evidentemente di cancellare l’immagine conquistata con la campagna di repressione condotta nella regione in rivolta. Dentro il Tibet la ricetta resta però quella di sempre. Si chiama «rieducazione» e i primi ad averne bisogno, sostiene il ministro per la Pubblica sicurezza Meng Jianzhu, sono i monaci buddhisti. L’«educazione patriottica» – spiega Jianzhu - verrà somministrata accentuando il controllo sulla regione e controbattendo pubblicamente ogni tentativo di critica. Da qui alle Olimpiadi partito, governo e cittadini dovranno «combattere una battaglia pubblica per difendere la nazione». Le prime vittime di tanta mobilitazione saranno i monaci, colpevoli di aver ascoltato il Dalai Lama e aver guidato le manifestazioni indipendentiste.

D’ora in poi dovranno accettare la piena e totale sovranità cinese, denunciare gli errati insegnamenti del capo spirituale in esilio, riverire al suo posto il Panchen Lama, l’erede farlocco scelto da Pechino per controllare i templi tibetani dopo la morte del Dalai. E per dimostrare come debbano andare le cose, le televisioni cinesi diffondono le immagini dei 660 rivoltosi già consegnatisi alle autorità. Allineati in fila indiana i poveretti firmano la propria autoaccusa e si preparano ad un incerto destino. «Sono quasi tutti gente comune o semplici monaci costretti dai loro capi a scendere in piazza», spiegano le fonti ufficiali combattute tra la voglia di esibire i successi e la necessità di minimizzare l’entità della rivolta.

Sul fronte interno gli sforzi propagandistici di Pechino sembrano però funzionare. Indignati per la «malafede» della stampa straniera migliaia di cinesi si sfogano scrivendo ad «anti-Cnn.Com», il sito creato da un universitario per combattere il canale «leader dei bugiardi». Sul fronte internazionale Pechino resta però in difficoltà. Seguendo l’esempio del presidente francese Nicolas Sarkozy (che secondo il governo cinese «ha violato lo spirito olimpico») il vicepremier belga Didier Reynder non esclude l’idea di un boicottaggio delle Olimpiadi e spiega che «il peggio non si può mai escludere». Anche il presidente del Parlamento Hans-Gert Poettering contribuisce a far infuriare Pechino chiedendo al Dalai Lama di parlare in aula e invitando i leader europei a valutare l’opportunità di partecipare alle cerimonie dei Giochi olimpici.

«Il Dalai Lama è il benvenuto in qualunque momento voglia venire», dichiara Poettering aprendo un dibattito sui fatti del Tibet. Persino il presidente statunitense George W. Bush sembra sul punto di temperare le dichiarazioni con cui ha bocciato il boicottaggio e data per certa la sua partecipazione all’apertura dei Giochi. Nel corso di una telefonata intercorsa ieri con il presidente cinese Hu Jintao, Bush ha sottolineato la preoccupazione per la repressione in corso e invitato il presidente cinese ad avviare un dialogo sostanziale con il Dalai Lama e i suoi rappresentanti.