La Cina rivaluta lo yuan del 2,1%

Da oggi sarà avviato un sistema di moderata flessibilità. Soddisfazione negli Usa e in Europa

Paolo Stefanato

da Milano

Forse definitivamente convinte dalla recente visita annuale dei tecnici del Fondo monetario, ieri le autorità cinesi hanno deciso di rivalutare la propria valuta, lo yuan o renminbi (che significa moneta del popolo), sganciandola dal dollaro e abbandonando il sistema del cambio fisso per passare a una moderata flessibilità, ancorata a un paniere di valute estere di cui non è stata rivelata la composizione. Da oggi lo yuan passa dunque da un valore di 8,28 contro dollaro a 8,11, con possibilità di oscillazione fino allo 0,3%. La rivalutazione è dunque del 2,1%, tutt’altro che risolutiva per le economie di Paesi che tante pressioni hanno fatto per ottenerla (in primis, gli Stati Uniti), nell’intento di limitare la potenza dell’export cinese; tuttavia è stata salutata come un segnale politico importante, e le attese degli analisti sono rivolte ad altre misure analoghe in un futuro prossimo.
Più che di una risposta alle sollecitazioni provenienti dall’estero, da parte di Pechino di tratta di una decisione rivolta a raffreddare la propria economia, evitando rischi di surriscaldamento e di inflazione. La crescita cinese nel primo semestre è stata del 9,5% e i timori sono reali. La Banca del Popolo finora ha drenato la forte liquidità con l’emissione di titoli di Stato, ottenendo risultati visibili, ma il tasso tendenziale dei primi sei mesi del 2005 è pur sempre al 2,3% rispetto al 3,6% dello stesso periodo del 2004.
Che le motivazioni della svalutazione risiedano in ragioni di politica estera o (più egoisticamente) di stabilità interna, poco importa: in tutto il mondo, a cominciare proprio da Washington dove si sono espressi ufficialmente sia la Casa Bianca sia il segretario al Tesoro, John Snow, la decisione è stata salutata con grande soddisfazione. Anche il presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet l’ha definita «benvenuta», perchè «aiuterà la stabilità globale». La misura era attesa da tempo - recentemente Alan Greespan, segretario della Fed, l’aveva prevista entro due mesi al massimo - e non ha provocato terremoti sul mercato dei cambi, dove ha beneficiato più di tutti lo yen giapponese (109,9 contro dollaro). Tuttavia gli analisti si aspettano apprezzamenti a catena sulle valute asiatiche. Quanto al paniere, non è detto che esso sarà reso noto: c’è il precedente di Singapore, che tiene segrete sia le valute che i loro pesi. Stando ai movimenti sui cambi osservati nelle ultime sedute, alcuni esperti sono convinti che esso dovrebbe essere composto da euro, yen, sterlina e dai dollari Usa, australiano e neozelandese.
Nell’ultimo decennio il tasso di cambio fisso sul dollaro ha fortemente danneggiato le aziende americane; il vantaggio competitivo dei prodotti cinesi su quelli americani è stimato nell’ordine del 40%, e dunque una rivalutazione di poco più del 2% non è considerata di rilievo per le esportazioni americane. E non sarà in grado di cambiare molto la situazione del deficit commerciale degli Stati Uniti perchè - come ha osservato ieri un broker di New York - «la fame di prodotti cinesi resta alta e il costo della manodopera in Cina rimane uno dei più bassi del mondo». Un altro esperto sottolinea che gli esportatori cinesi hanno margini di guadagno molto ridotti e che una rivalutazione del 2% dello yuan comporterà una riduzione del 20% sui loro profitti; questo dimostra che Pechino, in questo momento, non poteva permettersi un gesto più forte e dunque ha preferito avviare una politica di piccoli passi. Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è salito al valore record di 162 miliardi di dollari nel 2004 e secondo le stime esploderà a 225 miliardi quest’anno, in conseguenza della fine del regime delle quote.