Cina, rivolta contro polizia In manette 100 monaci tibetani

Ancora repressione in Cina dopo la protesta per il fermo di un religioso dissidente di un vicino monastero. L'oppositore è scomparso in un fiume

Un intero santuario in piazza, una città in rivolta e, alla fine, quasi cento monaci in galera e uno disperso, annegato forse nelle gelide acque del Fiume Giallo. È questo il bilancio della nuova esplosione di proteste e violenze nella prefettura di Golog, un piccolo centro della provincia di Qinghai, nel cuore di quei territori del Tibet annessi da mezzo secolo alle regioni nord orientali cinesi.

Tutto incomincia dopo il drammatico tentativo d’evasione di Tashi Sangpo, un monaco 28enne fermato nell’ambito della vasta campagna repressiva avviata per evitare proteste e dimostrazioni nel primo anniversario degli scontri di Lhasa dello scorso marzo e del 50° anniversario della rivolta del 1959 conclusa dalla fuga in India del Dalai Lama.

La protesta di sabato mattina si sviluppa intorno alla stazione di polizia di Ragya, un villaggio a poca distanza da un santuario di monaci tibetani. Qualche giorno prima gli agenti hanno fatto irruzione nel monastero per catturare Tashi Sanpo accusato d’aver issato sul tetto del santuario una bandiera tibetana al posto di quella cinese imposta dalle autorità. Sabato mattina alla centrale di Ragya è previsto l’interrogatorio del sospettato, ma il monaco non si dà per vinto. Dopo un primo duro faccia a faccia chiede di venir scortato al bagno, guadagna con un balzo l’uscita e fugge inseguito da una torma di poliziotti. Secondo alcuni testimoni il giovane monaco, braccato dagli agenti, punta verso il Fiume Giallo, salta nelle sue acque e scompare alla vista.

Nessuno sa dire se sia morto annegato, se sia riuscito a fuggire o se sia invece stato ripescato più a valle, ma il disperato tentativo d’evasione accende la rabbia tibetana. Ancora una volta l’incubatrice della protesta, l’alveo in grado di propagare rancore ed indignazione è il monastero. In poche ore l’intera comunità dei monaci si dà appuntamento davanti al commissariato di Ragya per chiedere notizie del confratello disperso. La popolazione tibetana non tarda a schierarsi al fianco dei monaci. In meno di un’ora più di duemila dimostranti infuriati scendono a dar man forte ai religiosi , innescano un’ondata di rabbia collettiva che travolge l’esile cordone di poliziotti, assalta il commissariato, dà il via a una vera e propria caccia ai funzionari governativi.

Non appena la protesta si placa scatta la repressione. Gli agenti di Pechino entrano nel tempio, arrestano sei capi religiosi accusati di aver organizzato la manifestazione e fermano 87 monaci. Alla fine della giornata soltanto due dei 95 arrestati sono normali cittadini mentre tutti gli altri provengono dalle stanze del santuario. Per le autorità gli 87 fermati sono monaci e cittadini pentiti presentatisi spontaneamente alla centrale di polizia per ammettere le proprie colpe e consegnarsi agli inquirenti. L’ennesimo quanto inutile tentativo di nascondere la voglia di rivolta che, da oltre un anno, agita le province tibetane.