La Cina scopre di essere ancora comunista

Il leader di Pechino inaugura il 17° congresso del Pcc esaltando la crescita del Paese. Caute aperture alle riforme, ma l’autorità del partito non si discute. Il presidente Hu Jintao riconosce la corruzione diffusa e le gravi tensioni sociali e ammette: "Non siamo riusciti a soddisfare il popolo"

Pechino - Dalla lotta di classe all’ecologia, a caute riforme politiche tenendo fermo il ruolo autoritario del partito, fino a uno sviluppo che accorci le distanze sociali e regionali e rafforzi militarmente la Cina. Spentesi le note dell’inno nazionale, il capo del Partito comunista e dello Stato, Hu Jintao, 65 anni, apre il 17° congresso con un discorso sui problemi da affrontare nell’attuale trionfo economico riformista dopo la bancarotta ideologica. La sua prima frase è di esaltazione della linea di apertura e riforme di Deng Xiaoping, scomparso nel 1997 dopo aver liquidato la disastrosa eredità di Mao, e di Jiang Zemin, a cui è succeduto nel 2002, esaltatore del «nuovo strato sociale», la borghesia, creatasi con la crescita e l’iniziativa privata. Quindi la proclamazione in senso di continuità della propria politica di una «visione scientifica dello sviluppo»: uno slogan per una «società armoniosa», improntata a crescita meno disordinata, redistribuzione del reddito per colmare il gap tra ricchi e poveri e tra regioni, provvidenze sociali soprattutto nelle campagne. Ma nonostante «gli importanti successi», ha detto, «non abbiamo ancora soddisfatto il popolo».

Bisogna aspettare più di un quarto d’ora, in un discorso di due ore e mezzo, per sentire il nome di Mao: prima en passant per la fondazione della Repubblica popolare; subito dopo, in negativo, per ricordare «l’immenso coraggio» di Deng nel «ripudiare l’erronea teoria e pratica della lotta di classe ininterrotta» sostenuta dal Grande Timoniere.

Il congresso si svolge nel colossale palazzo stalinista dell’Assemblea del popolo, sull’immensa piazza Tienanmen presidiata da ingenti forze, dopo l’espulsione nei giorni scorsi dalla città di alcune centinaia di contadini che, secondo le tradizioni imperiali, vorrebbero presentare a Palazzo petizioni per le ingiustizie subite.

Nel palazzone, i delegati di 73 milioni di iscritti al partito più grande e meno comunista del mondo, se non fosse per l’autoritarismo: oltre duemila, gran parte sotto i 50 anni, quasi tutti di istruzione superiore; a parte i folcloristici esponenti delle minoranze etniche e i pochi operai e contadini, vestono tutti abiti di buon taglio e hanno modi spigliati, manageriali, non da ingessati mandarini rossi. Molti hanno studiato all’estero, sono imprenditori o dirigenti di imprese pubbliche gestite con spirito di capitalismo puro, spesso fin troppo.

Senza concessioni a ipotesi di pluralismo politico, Hu delinea il piano di «società armoniosa» con un sistema di potere meno chiuso, più responsabile davanti a critiche e malumori popolari, rispettoso delle leggi che esso stesso vara; esalta la valorizzazione dei non iscritti al partito (non lo sono i nuovi ministri della Sanità e della Scienza). Per oltre 60 volte usa il termine «democrazia», per la vita interna di partito, elezioni a livello di villaggio, pubbliche discussioni su leggi importanti. Riafferma la lotta alla corruzione, sottolinea la gravità delle tensioni sociali, sfociate nel 2005 in 70mila proteste locali, riferendosi alla nuova classe urbana e alle masse contadine rimaste indietro: «Un confortevole livello di vita è stato nell’insieme raggiunto da tutti, ma cresce il gap nei redditi. Sia nelle città sia nelle campagne c’è gente povera, a basso reddito, e diventa più difficile contemperare gli interessi di tutti».

Dalla più alta tribuna politica vengono richiami sull’ambiente, sull’urgenza di fermarne lo scempio affinché lo sviluppo non sia a spese della natura e dell’uomo. All’impegno per la crescita scientifica, dopo due missioni umane nello spazio, si unisce quello sugli armamenti: la Cina ha bisogno di pace, ma il suo esercito si potenzia con tecnologia informatica, e dovrà sempre restare subordinato al partito. E qui giunge il rinnovo della mano tesa a Taiwan con l’appello per una riunificazione pacifica, «un Paese due sistemi», unito al monito contro le tentazioni «indipendentiste», cioè la proclamazione della «repubblica di Taiwan».

Nella continuità, dietro la facciata qualcosa si muove. La Cina è cambiata, e il partito non può restare quello di sempre.