CINA Se la Muraglia va in pezzi

Lo sviluppo del gigante orientale non è inarrestabile, anzi è in pericolo Un economista spiega perché

Siamo proprio certi che questo sia destinato a diventare il secolo della Cina? Se lo chiedi agli esperti americani, la risposta è sì. Da qualche tempo i think tank di Washington sono in fibrillazione e, con loro, gli strateghi di Pentagono e Casa Bianca. Tutti sembrano d’accordo: a questi ritmi di crescita, Pechino entro il 2050 eguaglierà la potenza economica americana e la supererà. Non solo: approfitterà della propria ricchezza per recuperare terreno anche in ambito militare. Insomma, il destino di Washington sembra segnato: nel giro di pochi decenni non sarà più l’unica superpotenza mondiale.
Lo scenario sembra plausibile, quasi ineluttabile, considerando i punti a favore della Cina. Chiunque vada di questi tempi a Shanghai o a Guangdong, torna impressionato dal dinamismo e dalla modernità di una società che fino al 1978 era poverissima. Alzi la mano chi ha letto, negli ultimi anni, un articolo controcorrente sul futuro di Pechino. Sì, alcuni editorialisti sensibili ai diritti umani alzano la voce; qualcuno pronostica sciagure imminenti, ma senza credibilità. Ora però qualcuno in grado di ridimensionare il mito Cina esiste. Il suo nome è Will Hutton, membro del consiglio accademico della London School of Economics e considerato uno dei massimi economisti liberal britannici. Nel suo ultimo saggio, Il drago dai piedi d’argilla. La Cina e l’Occidente nel XXI secolo (Fazi Editore, pagg. 368, euro 21,50) dimostra con notevole persuasione perché questo Paese, anziché un futuro radioso, rischia una crisi che potrebbe farlo sprofondare in una Grande Depressione, come quella americana del 1929.
La sua tesi è drastica: lo sviluppo della Cina è in pericolo non perché manchi uno spirito capitalista, ma per le limitazioni imposte da un Partito comunista che, nonostante le privatizzazioni e le liberalizzazioni, continua a controllare la società civile e a scoraggiare la nascita di una vera classe imprenditoriale.
Lo Stato è onnipresente anche quando sembra non esistere. Controlla, dirige, premia e punisce; soprattutto attraverso il sistema bancario, il cui ruolo è cruciale in un Paese dove manca un mercato finanziario capace di generare capitale di rischio. Finora la Cina ha prosperato grazie al costo del lavoro irrisorio; a esportazioni stratosferiche; a tassi di risparmio record, imposti dal governo per sopperire all’assenza di uno Stato sociale e di un sistema pensionistico.
Per oltre vent’anni il sistema ha funzionato a meraviglia; ma ora sta mostrando i suoi limiti. Perché la produttività è tra le più basse al mondo, perché la Cina non produce innovazione tecnologica, perché la corruzione è endemica e mancano le condizioni per dare maturità e solidità a un Paese fragile. La natura autoritaria del suo regime non permette la nascita di un vero Stato di diritto, né lo sviluppo di una società civile indipendente. Hutton dimostra, con numerosi esempi, che gli unici miliardari accettati sono quelli direttamente o indirettamente collegati al Partito. Gli indipendenti sono graditi solo se piccoli: quando crescono o si adeguano o vengono fatti fallire. Gli effetti del dirigismo occulto sono evidenti soprattutto nella ricerca scientifica, che a dispetto di investimenti ingentissimi produce risultati fallimentari.
«Dal 1981 al 1995 la Cina ha avuto 537 scienziati e ingegneri impegnati nella ricerca ogni milione di abitanti, l’India 151. La Cina era anche superiore in proporzione di tre a uno nei personal computer e di quattro a uno nell’accesso a Internet - scrive Hutton -. Tuttavia nel 2001 l’India ha prodotto un quarto di software in più, quasi tutti destinati all’esportazione; mentre solo il 10 per cento della produzione di Pechino è finito all’estero». Perché l’India, più povera, ha ottenuto risultati molto migliori della Cina?
Perché New Delhi possiede un vantaggio immateriale: la democrazia, una società libera, codici di comportamento condivisi. L’energia qui fluisce meglio. E perché nel 2003, tra le prime 250 società al mondo nemmeno una era cinese?
Secondo l’economista britannico, Pechino è di fronte a un bivio: lasciar fluttuare la valuta locale, il renminbi, e accettare una decelerazione della crescita, oppure continuare ad accumulare riserve in valuta estera, già ora esorbitanti, per tenere basso il tasso di cambio e accettare comunque una decelerazione della crescita. E più si aspetta, più il trauma, sociale e finanziario, sarà forte.
Il problema è che un dissesto, anche temporaneo, della Cina si ripercuoterebbe sull’Occidente. Per questo Usa ed Europa, a cui l’autore riserva severe critiche, non possono restare a guardare, ma devono adoperarsi per favorire una transizione morbida, prima economica e poi politica. Hutton è persuaso che le paure di Washington siano male indirizzate: della Cina, più che il dominio, bisogna temere il tracollo.