La Cina si prepara a fuggire dal dollaro

I problemi valutari e petroliferi al centro della riunione di oggi della Banca centrale europea

da Milano

La chiamano «diversificazione valutaria», ma assomiglia a un progetto di fuga dal dollaro. Dall’alto dei suoi 1.430 miliardi di dollari di riserve in monete estere, di cui circa il 70% concentrate proprio in dollari, la Cina sta assistendo alla caduta senza fine del biglietto Usa con qualche legittima preoccupazione. Ed è così pronta a correre ai ripari. Pechino «favorirà le monete più forti, procedendo ad alcuni aggiustamenti», ha detto ieri il vicepresidente del Congresso nazionale del popolo, Cheng Siwei, cui ha dato man forte il numero due della Banca centrale, Xu Jian, secondo il quale il dollaro «sta perdendo il suo status di valuta di riferimento». Le dichiarazioni sono subito rimbalzate sul mercati dei cambi, dove l’euro si è arrampicato fino al nuovo record a quota 1,4731, per poi arretrare in seguito al dato migliore delle attese sulla produttività negli Stati Uniti.
La presa di posizione del Dragone riflette la crescente disaffezione nei confronti del biglietto verde, cui continua a mancare il sostegno dell’amministrazione Bush. La Casa Bianca è intervenuta ieri per stigmatizzare il surriscaldamento dei prezzi del petrolio, «decisamente troppo alti» (a New York massimo storico a 98,62 dollari), ma non ha speso una sola parola sui rapporti di cambio. L’incapacità del recente G7 di sciogliere i nodi valutari ha aperto un’autostrada all’euro verso il traguardo di 1,50 dollari, un livello sempre più vicino anche a causa dei timori sulla sostenibilità della crescita Usa legati alla crisi del credito. Sono le stesse paure che impediscono alle Borse di recuperare fiducia. Il segno meno ha accompagnato fino alla chiusura i mercati europei (Milano è scesa dello 0,5%) e soprattutto Wall Street (meno 2,64% il Dow Jones, meno 2,70% il Nasdaq), pesantemente condizionata dallo storico «rosso» accumulato da General Motors e dallo stallo che blocca il superfondo creato dalle principali banche americane (Citigroup, Bank of America e Jp Morgan) per contrastare il virus subprime. Così, si cerca rifugio nell’oro, al top di 841,75 dollari l’oncia. La variabile che può affondare i mercati va però ricercata nelle quotazioni del greggio. Il barile potrebbe raggiungere oggi la vetta dei 100 dollari. «Non è un numero magico», ha fatto sapere il presidente Bush. Con l’Opec che si è già chiamata fuori, indicando nella speculazione il vero motore della corsa dei prezzi, una correzione sostanziale del trend appare ora come ora improbabile, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia ha lanciato l’allarme su un possibile oil crunch, entro il 2015, provocato dalla domanda cinese e indiana. Il ministro delle Attività produttive, Pierluigi Bersani, ha invocato ieri un intervento dell’Unione europea, denunciandone la paralisi. Nel momento in cui le spinte inflazionistiche rischiano di aumentare (i listini dei carburanti potrebbero per esempio subire ulteriori rincari: 5 centesimi la verde, 6 il gasolio), «l’Unione - ha affermato il ministro - non riesce a farsi forza dei suoi 480 milioni di consumatori». Bruxelles deve invece mettere in campo una strategia di «avvertimento» presentandosi come un «consorzio di acquisto» per contrastare prezzi determinati solo dal lato dell’offerta e non della domanda.
Se il compito dell’Ue è difficile, non più facile è quello che attende oggi la Bce, chiamata a chiarire gli orientamenti futuri della politica monetaria, destinata nella riunione odierna (a rappresentare l’Italia ci sarà il direttore di Bankitalia, Maurizio Saccomanni, al posto del governatore Mario Draghi) a restare quasi certamente invariata. Al momento, due «fazioni» si confrontano all’interno dell’Eurotower: c’è chi spinge per un irrigidimento dei tassi per stemperare l’inflazione (al 2,6% in ottobre), e chi invece vorrebbe tutelare la crescita mantenendo un approccio più morbido. La parola, adesso, passa al presidente Jean-Claude Trichet.