Cina: stuprata e uccisa, 10mila contro la polizia

Ragazza trovata morta. Le forze dell'ordine: "E' un suicidio". Ma il sospetto che si voglia coprire il delitto compiuto dal figlio di un notabile porta in piazza 10mila facinorosi

Pechino - La lotta contro l’oppressione del regime cinese ha da sabato scorso il volto pulito di una quindicenne, nel nome della quale diecimila persone hanno dato l’assalto alle sedi della polizia e del partito comunista locale. Le poche immagini filtrate dalla cortina di censura che Pechino ha subito alzato attorno al cantone di Wengan - internet oscurato e telefoni muti -, ritraggono una città ostaggio della guerriglia, dove i reparti di polizia tagliano a passo di marcia il fumo nero sprigionato dai palazzi in fiamme.

I disordini nel distretto sud occidentale del gigante asiatico sono stati scatenati - secondo l’agenzia Nuova Cina, che definisce criminali i rivoltosi - dal tentativo delle autorità locali di insabbiare l’inchiesta sullo stupro e l’omicidio della ragazza, tentando di archiviare il tutto come un suicidio.

Il cadavere della giovane è stato ripescato dal fiume sabato scorso, nove giorni dopo, come sostiene la famiglia della vittima, aver subito la violenza sessuale.

Lo zio della ragazza, un noto insegnante della zona, aveva denunciato fin da subito che la nipote era stata in realtà violentata e uccisa dal figlio di un notabile locale, membro della nomenklatura di partito; per questo l’uomo, che aveva parlato pubblicamente del tentativo delle forze dell’ordine di coprire il responsabile, è stato pestato a sangue; e proprio per vendicare la morte del loro insegnante centinaia di studenti sono scesi in strada, marciando compatti contro i palazzi del potere. In poco tempo i giovani sono stati affiancati da migliaia di persone, e la città è piombata in poche ore nel caos.

«I cittadini erano molto arrabbiati per l’ingiustizia perpetrata dalle autorità locali», ha dichiarato all’agenzia Reuters un funzionario locale identificato come Huang, che ha poi aggiunto che i manifestanti hanno dato alle fiamme «anche una ventina di macchine della polizia. Hanno incendiato gli edifici per urlare tutta la loro rabbia e poi hanno tagliato anche la manichetta dell’acqua dei vigili del fuoco per impedire che venissero spente le fiamme», ha detto Huang.

Il funzionario ha rivelato che la famiglia della vittima ha rifiutato l’offerta di circa 300 euro, poi aumentata fino a 3mila, da parte delle autorità a titolo di risarcimento, sottolineando come i manifestanti abbiano fatto una colletta il cui ricavato servirà alla famiglia nella battaglia legale che intendono ingaggiare contro le autorità locali.