Cina, svolta per le aziende straniere: più tasse e maggiori vincoli sindacali

La Cina taglia le imposte alle imprese nazionali e le aumenta a quelle straniere, finora facilitate in mille modi per attrarre investimenti, creare posti di lavoro, conoscere nuove tecnologie ed efficienti criteri manageriali. Si affievolisce così per molti investitori stranieri l’attrattiva del favorevole trattamento fiscale, che ha contribuito a calamitare negli ultimi dieci anni investimenti per circa 700 miliardi di dollari, mentre per le maggiori imprese si profila una sindacalizzazione dei dipendenti: il sindacato unico, che all’inizio dello sviluppo è duramente intervenuto a bloccare qualche raro sciopero, si pone l’obiettivo di stabilire organismi in almeno il 70 per cento delle compagnie straniere per negoziare salari e condizioni di lavoro. Ma al tempo stesso, riferendosi alle crescenti dispute in imprese nazionali, in cui si hanno salari e condizioni ben inferiori, il sindacato ammonisce che «le vertenze di lavoro pongono una minaccia alla stabilità sociale».
Le aliquote fiscali sui redditi d'impresa, finora diversificate, saranno unificate per legge dall'Assemblea del popolo, la cui sessione annuale, apertasi il 4 marzo, si chiude nei prossimi giorni. Le imprese nazionali sono finora soggette a un’imposizione del 33%, mentre quelle straniere godono di tutta una serie di facilitazioni, a seconda del settore e della localizzazione, se nelle regioni costiere o quelle interne: in media, a esse viene applicata un’aliquota del 15%. L’aliquota sarà ora unica del 25%, ma per le compagnie straniere l’aumento sarà applicato in modo graduale per un periodo di cinque anni: esso non si applicherà comunque alle imprese di alta tecnologia, e nelle zone più depresse dell’interno. Non è chiaro il trattamento per le compagnie di Taiwan, che Pechino considera una propria provincia, e che hanno fatto investimenti altissimi: esse hanno finora goduto di particolari trattamenti favorevoli, e potrebbero approfittare anche di questi nuovi tagli fiscali.
La decisione è stata presa per eliminare la disparità lamentata dagli imprenditori nazionali, i quali tuttavia, secondo molti operatori, godevano comunque di facilitazioni a livello locale, e potrebbero continuare a goderne. Le società a capitale straniero hanno pagato l'anno scorso complessivamente in vari tipi di imposta 102 miliardi di dollari, pari al 21 per cento delle entrate tributarie. Il governo non teme che con l’inasprimento fiscale diminuiranno gli investimenti dall’estero: sia perché i costi restano favorevoli per le delocalizzazioni, sia perché molte imprese puntano al mercato interno, non alla produzione per l’export.
Le imprese con capitale straniero sono, fino al 31 dicembre scorso, 594 mila, con un impiego effettivo di capitali per quasi 700 miliardi di dollari, di cui oltre 60 solo nel 2006. Esse offrono in genere salari e trattamenti migliori rispetto a quelle nazionali, in molte delle quali vigono condizioni e paghe da capitalismo brutale. Il sindacato punta su di loro per legittimarsi e coprire le sue manchevolezze rispetto alle imprese cinesi.