Cina, Usa, gas: Amato si fa un programma tutto suo

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Venezia

Serafico: se i Poli sono ormai passati ai grossi calibri, lui pare non avvertire l'esplodere dei colpi. E se nell'Ulivo son rifiorite le maldicenze contro di lui e la sua candidatura, non gli cavi lo stesso una parola di bocca. Giuliano Amato, forse perché a terra avverte puzza di bruciato, cammina in questi giorni a tre metri d'altezza. Sereno, sornione, ecumenico come non mai. Quasi indifferente al risultato del 9 aprile, magari perché con l'occhio già puntato al dopo, quando Ciampi chiuderà il suo mandato anche se sa che a sinistra crescerà e di tanto l'offensiva contro una sua possibilissima scalata al colle.
Così evita abile le frasi ultimative. Non si lascia trascinare nel gorgo delle polemiche, ma la sua la dice lo stesso, e nemmeno troppo in codice. La campagna elettorale? «Mi ha colpito - confida - che appena uno dei leader ha buttato sul tappeto un tema concreto come la riduzione di cinque punti del cuneo fiscale, ha finito di destare più attenzione di tutte le discussioni sulla par condicio...».
Che a legger bene tra le righe vuol dire che non ha condiviso troppo tutto il baccano che si è fatto sulle plurime apparizioni di Berlusconi sugli schermi di ogni ordine e grado.
A imprenditori e giornalisti indiani - ma tra le righe il messaggio è anche ai pari grado italiani - riuniti a Venezia per un seminario dalla Farnesina e dal nostro ambasciatore a Delhi Armellini, rimprovera di aver confinato il pacifismo di Gandhi in un cassetto, ma poi esalta la necessità e la saldezza del rapporto transatlantico Ue-Usa che Prodi invece, dopo l'Irak, aveva affossato. E fatto presente che l'Europa non può essere vittima dello tsunami a senso unico che viene dall'economia asiatica (anche qui in antitesi col Professore che esorta a spalancare le porte alla Cina), eccolo mettere in rilievo che l'energia è il problema ormai comune a tutti. E che da noi si deve risolvere attraverso i «rigassificatori» di cui i governatori di sinistra non vogliono sentire neppure parlare.
E mica è tutto. Amato fa capire chiaramente che, dipendesse da lui, meglio sarebbe passare al nucleare. «Ma visto il tempo che l'Italia dedicherebbe alla discussione - nota -, meglio esser realistici e magari attendere i risultati del progetto Iter (quello del nucleare pulito, a 15 milioni di gradi di temperatura, ndr) che probabilmente sarà pronto prima...».
Dello scontro in atto pare disinteressarsi, anche se sulla candidatura di Caruso in Rifondazione storce significativamente la bocca. Ma intanto si difende dalle accuse che Cossiga, sentito Consorte, pare aver lanciato a lui e a Manzella («ma vi pare che io sia tipo da trama?») e all'osservazione che D'Alema sia nelle peste si limita a replicare che «i presidenti del Consiglio, tranne il sottoscritto, da sempre hanno le veline dei servizi». E Prodi?, gli chiedono in confidenza. «Mi ha telefonato qualche tempo fa per raccontarmi le fasi della sua ultima maratona...», replica pacato, non si sa quanto divertito che il Professore si sia limitato a notazioni sportive. Lui, il dottor sottile, ama semmai il tennis. E non rinuncia a qualche sigaretta «anche se - osserva un po' stizzito - ormai in Italia il proibizionismo è peggio che negli Stati Uniti!». Colpa di Sirchia? «Il problema - risponde - è che abbiamo soprattutto un presidente del Consiglio che è un non fumatore. Ricordo quando Degan presentò un disegno di legge anti-fumo. L'allora presidente del Consiglio Craxi rispose accendendosi una sigaretta. Io feci altrettanto... Bei tempi quelli».