La Cina vista dalla «Leica» di Delano

Ottanta scatti in bianco e nero documentano i cambiamenti di un’epoca e del suo popolo, nel periodo della «rivoluzione industriale» arrivata dall’Occidente

Luciana Baldrighi

Con una Leica e lenti da 35 mm, James Whitlow Delano ha scattato immagini accattivanti della Cina, del suo popolo a documentazione di un’epoca di cambiamenti, captandone con energia dirompente il fervore della Rivoluzione industriale arrivata dall’Occidente.
Nelle ottanta fotografie scattate ed esposte alla Triennale di Via Alemagna 6 fino al 20 novembre non troviamo il sapore delle tradizionali ed esotiche feste o gente comune immersa nella povertà quotidiana, nemmeno quel senso religioso così ormai scontato quando si pensa ad un Paese di queste proporzioni. Nella sua opera sono rappresentate situazioni apparentemente casuali colte in momenti fuggevoli: energia e movimento vogliono testimoniare al mondo che la vita continua perchè gli esseri umani sopravvivono sempre, l’uomo è un animale che si adatta a tutto nonostante quell’insieme di immani contraddizioni che è la Cina del XXI secolo, sospesa, si può dire, tra una visione nostalgica del passato e una esasperata modernità che ne ha fatto un colosso mondiale per potenza e abitanti.
Smodata, demoniaca, l’energia primordiale della patria di Mao spinge l’individuo ad alimentare il nuovo sviluppo con una bramosia e una forza inesauribili, la stessa forza con la quale noi occidentali e i nostri figli dovremo fare i conti nei prossimi anni. Non è un caso che essa ospiti un quarto della popolazione mondiale e che contemporaneamente la sua vita culturale continui. Questo legame forte con il passato è profondo al punto tale che oggi si può dire sia nata una nuova società sorta dalle ceneri della vecchia.
Il suo ambiente naturale per più di quattro millenni è stato sottoposto a un rapido processo di erosione e di trasformazione. E non è un caso, ancora una volta, se il libro fotografico che accompagna la mostra è stato pubblicato da 5 Continents Editions, Milano.
«La vita reale, con le coincidenze e le sorprese che ha in serbo, è infinitamente più interessante di un qualsiasi pensiero che germini nel cervello di un uomo tormentato», così ha scritto il fotografo polacco Witold Krassovski. Ma nel clima culturale di oggi non vanno di moda i fotografi che hanno qualcosa da dire sul mondo. «Il concetto è sovrano... l’intelletto governa l’occhio» e i fotografi che tentano di aprirsi un varco nella realtà sociale sono sollecitati, incalzati a trovare altre strade. Lo spiega Colin Jacobson in «Impero. Impressioni dalla Cina». Jacobson è a capo dei programmi del corso di laurea in fotografia del Falmouth College of Arts in Cornovaglia e membro della giuria del World Press Photo Contest, di cui è stato due volte presidente.
Delano non è stato un turista per caso perchè si è recato in Cina ben cinquanta volte e coerenza e compattezza le possiamo cogliere nelle sue immagini tra le quali spiccano «Bambino velato» del 1944, «Raccolta di erbe lacustri. Lago Taihu» del 1994, «Fermata d’autobus. Pechino» del 1995, «Veduta di Shanghai illuminata» del 2000, «La Grande Muraglia» del 1994 e «Le riproduzione dei guerrieri in terracotta» del 2001. Insieme a questa sono tantissime le province che ha immortalato, i fiumi, le montagne, i soli e i campi terrazzati, ma anche tratti della nuova modernità.
L’autore dopo avere lavorato con fotografi del calibro di Leibovitz e Turbeville a New York, Compte e Gorman a Los Angeles per foto di moda e celebrità, Delano ha imboccato la sua strada senza ritorno per l’antica via della seta. Delano in Italia è rappresentato da Grazia Neri che ha ideato e coordinato la mostra allestita da Pier Luigi Cerri.