«Dopo la Cina vogliamo vestire anche l’India»

Sono entrambi un po' ombrosi, introversi, modesti ma nello stesso tempo attenti ai dettagli, pronti al rischio e disponibili ad andare in capo al mondo. In fondo, dicono, sono cresciuti come tutti i biellesi «a pane e lana». Anzi, i fratelli Alberto e Luciano Barberis Canonico hanno alle spalle una sfilza di imprenditori lanieri al punto da non ricordare se rappresentano ormai la quattordicesima o quindicesima generazione. Già, perché la loro storia non è semplice. All'inizio, nel lontano 1663, quindi due anni dopo l'ascesa al trono del re Sole, c'era un Barbero con una sua attività laniera. Col passare del tempo quel Barbero, nome tipico piemontese, si è trasformato in Barberis, in seguito in Barberis Negra, infine in Barberis Canonico perché uno della famiglia era diventato canonico del santuario di Oropa. E così i due fratelli si ritrovano ad avere il doppio cognome anche se da secoli, riconoscono, la loro famiglia fa la stessa identica cosa: lavorare la lana.
Il top dei tessuti. Detto così, il lavorare la lana può sembrare quasi banale. Ma il loro lanificio, a ciclo completo con due stabilimenti dislocati nel Biellese e con ben tre nomi, Vitale Barberis Canonico, produce il top dei tessuti di lana per uomo: due milioni di chili l'anno pari a 9mila chili lavorati al giorno, in prevalenza lane Saxon Merinos, quindi le più pregiate dell'Australia. Tessuti da uomo per abiti tradizionali, classici e per il 70% grigi, quelli cioè usati dai professionisti o in determinate circostanze. Tessuti talmente al top da proiettare il lanificio Vitale Barberis Canonico, quartiere generale a Pratrivero, al secondo posto in Italia per quantità con oltre 6,6 milioni di metri l'anno, al terzo per valore, al primo per i servizi dal momento che il prodotto è consegnato in soli due mesi e mezzo e tra i primi per l'innovazione. Questa è in sostanza un'azienda che si muove controcorrente nel vasto panorama del tessile che da tempo è in affanno: pur non avendo negozi e stabilimenti all'estero, registra da anni buoni profitti con un margine operativo lordo superiore ai 10 milioni di euro. Inoltre vende stoffe anche in Cina. Anzi, la Cina è uno dei suoi mercati principali, il secondo o il terzo a seconda che si tratti del campionario invernale o di quello estivo, con il 10-12% delle vendite. E guarda ora con interesse all'India. Il segreto di questo successo? Non c'è, tagliano corto Luciano e Alberto, «una ricetta unica».
Il «pettinino magico». Alberto è il maggiore dei due fratelli. È del 1939, ha una laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano ed è uno dei maggiori esperti al mondo di lana. Ha cominciato nel 1970 ad andare due volte all'anno in Australia, entrando («con fatica», riconosce) in quel mondo che per lui non ha ormai più segreti. Capisce la qualità della lana col tocco delle mani, aiutandosi solo con un pettinino per arruffarla. Anzi, molto spesso è più bravo degli stessi wool classer, gli equivalenti dei sommelier nel vino. Ed è anche un tecnico coi fiocchi: spesso ha progettato e realizzato con i suoi collaboratori macchine poi utilizzate in azienda, spesso gli stessi produttori di macchine tessili vogliono sentire il suo parere. Dice: «L'innovazione non è una rivoluzione, è invece un modo di affrontare giorno dopo giorno ogni tipo di problema. Perché ogni giorno bisogna sforzarsi per migliorare e rendere ancora più efficiente quello che c'è».
Luciano, più giovane di due anni essendo del 1941, ha invece una laurea in economia alla Bocconi e si è sempre occupato in azienda del commerciale e dei campionari. È lui ad avere creato sin dagli anni Settanta una rete di vendita all'estero molto diffusa, oltre 50 agenti sparsi in più di cento Paesi, e a essere approdato in Cina prima ancora della liberalizzazione del mercato. Quando cioè, chiarisce, «era difficile reperire un rappresentante. Noi abbiamo avuto anche fortuna: ci siamo affidati a un giovane cinese, dinamico e intraprendente, che ci faceva da interprete. Non sapeva nulla del settore ma ha imparato in fretta. Ora si avvale di una struttura con una ventina di dipendenti in grado di presentare il nostro campionario ai vari confezionisti». E dal momento che la rete estera è efficiente, Luciano ha potuto proiettarsi con maggiore impegno sui due campionari dell'azienda, uno per l'autunno-inverno ed uno per la primavera-estate, realizzati da 5 professionisti. Anzi, riconosce, «oggi mi diverto e mi sento anche creativo».
Alberto e Luciano entrano nel 1966, a pochi mesi l'uno dall'altro, nella Vitale Barberis Canonico. Dove Vitale è il nome di battesimo del padre il quale, figlio di un imprenditore laniero e sesto di sei fratelli maschi, ha deciso nel 1936 di mettersi in proprio creando un'azienda con il proprio nome. Papà Vitale ha calcolato tutto, indirizzando anche il futuro dei due figlioli: Alberto avrebbe dovuto seguire gli aspetti tecnici ed ecco gli studi di ingegneria, Luciano avrebbe dovuto invece occuparsi del settore commerciale ed ecco la Bocconi. E una volta laureati, dentro tutti e due. Solo che nel 1967 papà Vitale si ammala gravemente scomparendo nel 1970. Nello stesso tempo anche i dirigenti della vecchia guardia lasciano il campo per motivi di età. Così i due fratelli si ritrovano di colpo sulle spalle la responsabilità dell'azienda. E, con l'entusiasmo tipico dei giovani, rivoltano l'azienda da cima a fondo, cambiando i macchinari, rinnovando il prodotto, dando impulso alla rete di vendita. In quegli anni la Vitale Barberis Canonico era un ventesimo di quello che è oggi ma con lo stesso numero di dipendenti, 365, e con un prodotto di qualità più bassa.
I viaggi in Australia. Alberto, sposato con Anna Poci, originaria di Borgosesia ma conosciuta a Milano mentre faceva l'interprete, continua da un quarto di secolo a recarsi due volte all'anno in Australia. Dove ha creato, insieme ad altri due soci, una società che oggi è il più importante compratore di lana. E lana di qualità, con finezze dai 15 ai 18 micro. Ed è anche un genio degli impianti. Nel senso che le sue idee sono servite a realizzare nuove macchine come quelle per il controllo in tintoria della densità in continuo della lana: per farla breve, un coperchio che si abbassa mantenendo uniforme la distribuzione del colore. Oppure sono servite, ricorrendo ad una serie di connessioni, a ridurre di molto il ciclo di lavorazione come è il caso dell'utilizzo di certi robottini nel ritorcitoio o a dare vita in tintoria a un impianto automatico che tinge di giorno e di notte senza assistenza di personale. E sua è anche l'idea che ha ridotto l'inquinamento acustico dei telai salvaguardando così l'udito dei dipendenti. Come? Progettando e costruendo speciali cabine insonorizzanti per i telai. Una soluzione che ha ottenuto nel 2005 il premio dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro di Bilbao.
L’opportunità Cina. Luciano, sposato con Manuela Guarino, una milanese ex insegnante di lettere, è anche lui una specie di genio riuscendo in più di trent'anni a fare dell'export uno di punti di forza dell'azienda: anche se l'Italia rimane pur sempre il primo mercato, le stoffe vendute all'estero rappresentano ora il 75% del giro d'affari che è di 80 milioni di euro. Dice: «Abbiamo avuto il coraggio di vedere molto prima degli altri la Cina, l'intera Asia, non come una minaccia, non come una grande fabbrica capace solo di produrre, ma come una grande opportunità».
Il mix giusto. Bene, ma nel futuro? Luciano è convinto che competitività, qualità, serietà, servizio e innovazione rappresentino «il mix giusto» per essere competitivi nella fascia alta del prodotto. C'è solo un nodo ancora da affrontare, quello del passaggio generazionale. La proprietà dell'azienda è divisa tra i due fratelli e la sorella, Daniela, la quale gestisce una filatura cardata. E sono sette i figli e nipoti: tre di Alberto (ma uno, Vitale, 1973, ha già avviato una propria filatura), due di Luciano, due di Daniela.
Già tre lavorano in azienda: Alessandro, 1967, figlio di Alberto, fa il direttore tecnico; Francesco, 1972, figlio di Luciano, si occupa del commerciale ed ha portato la Vitale Barberis Canonico ad entrare con una quota nel Laboratorio italiano, la sartoria di lusso aperta a Milano con quattro soci quali Marco Tronchetti Provera, Massimo Moratti, Piero Castellini e Giustiniano Tomacelli; Lucia, figlia di Daniela, è anche lei impegnata nel settore commerciale. Ed è quasi pronta a entrare Margherita che fa a Milano la giornalista e si occupa delle pubbliche relazioni dell'azienda. «Col buon senso tutto si sistemerà», commentano Alberto e Luciano.
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