La Cina vuol guidare il mondo ma tiene i bambini in catene

Le guanciotte paffutelle e paonazze a causa del freddo sono quelle di un bambino di due anni infagottato in un giaccone colorato. Peccato che alla caviglia di Lao Lu sia legata, con un lucchetto, una robusta catena ancorata a un lampione. Il bimbo cinese la solleva con le manine, come fosse un gioco. Il padre lo ha incatenato davanti a un grande magazzino di Pechino, perché doveva guadagnarsi qualche centesimo di euro scarrozzando in giro un cliente con il suo risciò. Giura che lo ha fatto non per cattiveria, ma per il timore che qualcuno si porti via il figlio, alimentando il traffico di bambini.
La foto del piccolo incatenato ha fatto il giro del mondo denunciando le terribili contraddizioni del dragone cinese. Una superpotenza militare ed economica incapace di evitare che un padre incateni il figlio al lampione per necessità. Chen Chuanliu, 42 anni, guadagna cinque euro al giorno con il risciò. La moglie, mentalmente instabile, rovista fra i rifiuti. La disgraziata famiglia arriva dalla provincia di Szechuan: immigrati interni trattati come paria da una società comunista che si pavoneggia con il mondo a colpi di Olimpiadi. A Pechino, Chen Chuanliu, in quanto «immigrato», non può affidare il figlio all’asilo nido e tantomeno usufruire degli aiuti statali. Un funzionario governativo ammette che «per i migranti abbiamo a disposizione posti nelle scuole della capitale, ma non negli asili». I grattacieli di Shangai rimarranno sempre un miraggio per la famiglia del bimbo che vive in una stanza di tre metri per due e mezzo.
Chen Chuanliu una soluzione ce l’aveva nell’impero cinese dove i figli, soprattutto maschi, valgono oro e scatenano trafficanti senza scrupoli. «Mi hanno offerto tanto denaro per darlo in adozione - ha spiegato il padre - ma è l’unico che mi rimane». Ling, la sorellina di quattro anni del bimbo in catene, è sparita nel nulla portata via da chissà chi. Vittima dei rapitori di bambini che alimentano il circuito delle adozioni illegali in Cina e in Europa. Le adolescenti sono vendute nel traffico delle spose bambine o della prostituzione. La piaga cinese riguarda anche i sequestri di minori per estorsione e in alcuni casi si sospetta un mercato di organi.
Il traffico di minori è una piaga che le autorità fanno di tutto per minimizzare. Il ministero della Pubblica sicurezza ammette a denti stretti che in Cina sono rapiti circa 3.000 bambini l’anno. Le stime delle organizzazioni umanitarie sono drammatiche. Si parla di almeno 30mila minori spariti. I bambini sono rapiti all’uscita di scuola o durante il tragitto per tornare a casa. Spesso i sequestratori sono vicini o amici di famiglia, se non parenti. Nel giro del traffico, un minore vale diecimila yuan, quasi 950 euro. Un operaio ne guadagna il doppio, ma in un anno. Lo scorso anno, nella sola città di Shenzhen, sono venuti alla luce 23 casi di rapimenti.
Il caso più clamoroso era stato scoperto nella provincia del Guizhou: una banda di trafficanti aveva rapito 200 bambini di età compresa fra uno e sei anni. Talvolta i rapitori utilizzano i nipoti, coetanei delle vittime, per attirarli con caramelle. Le famiglie povere di contadini del Sud vendono i propri figli comprati dai ricchi del Nord.
I cinesi minacciano sfracelli se il presidente americano, Barack Obama, incontrerà il Dalai Lama, ma guai a denunciare i problemi interni. Il traffico di bambini è alimentato dalla povertà, dalle diseguaglianze sociali, ma pure da una discutibile «politica di pianificazione familiare» che ha imposto alla maggioranza delle coppie la regola del figlio unico e maschio. Il risultato è «l’aborto selettivo» per le bambine e l’infanticidio femminile al di sotto dei tre anni di vita. Secondo Save the children gli aborti selettivi in Cina avrebbero superato i 40 milioni. Non solo: il sistema giudiziario cinese, che ha appena condannato a morte 25 persone coinvolte in rapimenti, punisce l’abbandono o la vendita di un minore, ma non l’acquisto di un bambino.
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