Cinelli e l’autentico Brunello

Alessandro Torcoli

Anche l’invincibile Compagnia del Brunello ha dovuto affrontare mille difficoltà di mercato, ma quando il gioco si fa duro c’è sempre chi sprona il gruppo a non mollare. Il nostro eroe-antieroe si chiama Stefano Cinelli Colombini della Fattoria dei Barbi, la cui famiglia vince nel segno del Brunello dal 1892. Lui, con qualche altro purista, non si arrende all’imbarbarimento del nettare montalcinese e si batte da anni per rispettarne lo stile. Dapprima lo abbiamo visto in trincea, contro la riduzione dell’invecchiamento minimo in botte. Oggi continua a combattere perché il Sangiovese grosso di Montalcino non sia snaturato o imbellettato per farlo sembrare un SuperTuscan o un vino Internazionale. A Benvenuto Brunello, kermesse dove si valuta l’ultima vendemmia e si presenta la nuova annata in commercio, Stefano ha presentato il primo Brunello prodotto con il sistema della criomacerazione delle uve, progetto nato nel 2001 e realizzato con l’Università di Pisa. «Il Brunello è un caso unico in Italia: è piaciuto al mondo così com’era, senza essere studiato per il gusto internazionale. Cambiarlo non è sensato, si andrebbe contro la storia del nostro successo». La sua dunque è un’idea conservatrice e progressista al contempo. «Il Brunello sta cambiando pelle anche in conseguenza di una rivoluzione meteorologica: oggi vendemmiamo con temperature molto più alte che possono guastare il frutto. Propongo semplicemente di ricreare in parte le condizioni climatiche di un tempo, in vigna e in cantina. Con la macerazione prefermentativa a freddo, rispetto a quella tradizionale, si ottengono vini più strutturati che, dopo l’affinamento in legno, diventano più rotondi e morbidi. Pur mantenendo la freschezza e la tipicità». Questa è la sua risposta ai SuperTuscans, a chi vuole proporre Brunello-di-pronta-beva o alla scelta facile di tagliare il Sangiovese per potenziarlo. A Benvenuto Brunello, ci racconta il collega Emanuele Pellucci il rating per l’annata 2005 (la prossima in pista) è di quattro stelle, cioè ottimo. All’attenzione del palato però è stata portata soprattutto l’annata 2001, quella debuttante sul mercato, che aveva meritato lo stesso rating: quattro stelle. Anche se, sostiene Pellucci, il millesimo 2001 ne avrebbe meritate cinque. È evidente: non si può giudicare un grande vino da invecchiamento con quattro anni d’anticipo.