CINEMA, CHE PASSIONE

L’Ilva di Cornigliano fa da sfondo al film di Amelio magistralmente interpretato da Castellitto

Stefano Bruzzone

L'Italsider di Cornigliano a... Venezia, diretto in… Cina e… smarrito! Un piccolo spicchio di una Genova in incognito, industriale, non citata, segna l'avvio del nuovo film di Gianni Amelio in gara alla 63° Mostra del Cinema nella laguna. Inizia la proiezione: scrosci d'acqua e pioggia sui titoli di testa, una fila di lavoratori in coda protesta sotto gli ombrelli… siamo a Zèna in Via Muratori, a Villa Bombrini (lo stesso luogo oggetto di una improbabile scena d'azione in «La festa perduta» con Bentivoglio, nel 1981). Per qualche istante si nota anche il gasometro. La scena cambia: interni di un pullman con delegazione cinese a bordo: uno chiede «dov'è il Colosseo?». L'occidentalmente ovvia risposta «A Roma, ignorante».
Scendono all'impianto. Ancora proteste degli operai. Appare Sergio Castellito («Non ti muovere», «L'ora di religione»), guarda perplesso da dietro un vetro, cammina da solo tra i vecchi tubi illuminati dai neon. La telecamera scende all'interno, un dirigente con accento vagamente genovese fa da Cicerone ai nuovi padroni in visita («…costruito nel 1976…» - in realtà quello nostrano è targato 1954), mentre una giovane interprete cinese traduce. Dopo un ulteriore vagare esitante tra le condutture finisce al cospetto della tavolata degli acquirenti, si presenta ed informa i dubbiosi commensali della presenza di un punto fragile nella macchina. «No fiamma ossidrica per smontare»… È sgarbato con la giovane interprete, che si allontanerà da sola poco dopo, mentre lui brinda.
Quando scopre il difetto corre all'impianto, si aggira tra le scale di ferro e gli enormi macchinari che i genovesi hanno imparato presto a conoscere (anche dal treno che passa accanto). Vede il grande buco dove giaceva il mostro d'acciaio già «volato» altrove (grazie ad abbondante uso di fiamma ossidrica - testardaggine cinese docet), è sgomento. Compare il titolo del film, tra stidore di gabbiani e l'apparire azzurro del mare. È un momento intenso, importante, il capoverso della vicenda. Un movimento di camera mostra fugacemente una panoramica delle case. Dopo… è già Cina.
È curioso: un impianto siderurgico (51 anni di vita) con l'intera area prossima alla bonifica ed alla trasformazione, finisce dentro a un film, facendo le vesti di un altro sito industriale venduto ai cinesi (averci pensato!)… La presenza cinese in città intanto si va facendo sempre più massiccia (es. una quarantina di esercizi commerciali in Via Gramsci)…
La trama è garbatamente favolistica (non a caso il protagonista si chiama Buonavolontà), con morale spessa: una grande società cinese acquista un altoforno all'interno di un impianto in disarmo per riutilizzarlo in patria. Il tecnico manutentore Vincenzo Buonavolontà (un nome, un programma - e nel libro faceva Bonocore) all'ultimo giorno di lavoro, dopo anni di ricerche scova finalmente il pericoloso difetto del mastodontico macchinario e crea una nuova centralina di controllo. Il «mostro» d'acciaio è però già in viaggio verso l'oriente: decide comunque di recarsi a Shanghai a consegnare il pezzo ma… l'altoforno (venduto a terzi) si è perso, non si trova.
Una curiosità: comincia un lungo viaggio alla ricerca della fabbrica cui è stato consegnato l'altoforno. In realtà è un viaggio di scoperta, di bisogno, di conoscenza, teso all'esplorazione di un altro pianeta e di un altro vivere; è una piccola odissea tascabile, in fondo ottimista, un esempio di volontà (Vincenzo è mosso solo dalla propria dignità ed etica: «A me non mi hanno ancora dismesso» - pare «l'italiano inesistente»). La giovane interprete cinese Liu Hua (la credibilissima esordiente Tai Ling), reincontrata per caso in biblioteca, gli farà da guida e traduttrice.
A causa dell'irruenza del cocciuto italiano «a Villa Bombrini» aveva perso il posto… «La stella che non c'è» è un bel film, lieve, quieto e minimale, di una semplicità rigorosa e disarmante, mai retorico o fuori fuoco. Il protagonista assoluto è la Cina. Buonavolontà/Castellitto è solo uno strumento, di lui non viene concesso nulla e nulla si sa della sua vita, dei suoi affetti, della sua storia, mentre lentamente si dipana la vicenda personale della ragazza, in parallelo al proseguo del cammino nel paese asiatico. Viene esposta la Cina straniante dei contrasti assoluti, densa di grattacieli, frastuono, povertà assolute e ricchezze globali, condomini da 8000 abitanti e lavoro perenne. È la Cina dei bambini soli, troppi e ricorrenti per tutto il film: il bimbo di Liu «sembra arrabbiato pure quando ride»; è il paese dei burocrati assoluti e della gente del popolo che sorride e ti aiuta, della chiusura al mondo («gli italiani sono iracheni?») e delle canzonette pop in mandarino al karaoke, delle statue di Mao e della condizione femminile che può ancora essere una maledizione. Capitalismo selvaggio, senza freni, pietà o ritegno innestato su un ceppo di matrice comunista che oggi è solo «forma»: «arricchirsi è glorioso» (Deng Xiaoping). Una specie di America nei suoi difetti peggiori al cubo in… Asia.
Amelio gira tra Shanghai e Wuhan (8 milioni di anime), lungo lo Yangsi, il fiume «Azzurro» (Vincenzo esaltato dalla vicinanza alla colossale diga viene rintuzzato da Liu rispetto al tremendo costo umano ed alla devastione che ha causato), Chongquing (13 milioni di abitanti), la piccola Yinchuan (il villaggio della traduttrice), nella Mongolia meridionale e Baotou (l'epilogo del viaggio). L'occhio della sua telecamera è in stato di grazia, spesso carezzevole, attento, tenero, a volte amorevole verso gli attori. L'unico dubbio giunge dall'assenza di una sterzata, di un'invenzione, di qualcosa che cambi la rotta all'improvviso e dia un senso ulteriore. Il regista ha precisato che è un film «…sulla questione morale. Questo è il suo senso: tutto quello che abbiamo perduto e si sta perdendo... L'unica soddisfazione che cerca Vincenzo è quella di potersi dire: ho fatto la cosa giusta. E io sono con lui… senza accondiscendenza verso i nostri tempi viscidi».
Qual è la stella che non c'è? «Dicono che le stelle della bandiera cinese significhino pazienza, onesta, solidarietà e giustizia», dice lei. «Io ho sentito cose differenti. E comunque ne mancherebbero ancora molte...», risponde Vincenzo… «Che ne sai tu della Cina?» la domanda di Liu ha una consistenza universale. «Tu non sai niente della mia vita e dici mi dispiace», «io venuta al mondo storta», «mio figlio non sa nemmeno che sono nata» alcune delle frasi che restano. Il finale è beffardo ma consolatorio, Vincenzo ignora in realtà il destino della sua centralina ed è contento: «sono stato fortunato».
Il capoluogo ligure (di recente eletto «patrimonio dell'umanità» dall'Unesco grazie ai suoi «Rolli») fa capolino di nascosto, celato ed innominato; fa le veci dell'impianto siderurgico di Bagnoli (Na) protagonista del romanzo che ha liberamente ispirato la pellicola: «La dismissione» di Ermanno Rea. Tutta la parte «italiana» (nemmeno Bagnoli viene citata) del film del regista calabrese («Il ladro di bambini», «Le chiavi di casa») è girata infatti all'interno dello stabilimento Ilva (ringraziamento nei titoli di coda) di Cornigliano. Da ricordare Castellitto (bravo e preciso come al solito) seduto per terra, davanti al binario unico di una sperduta stazione circondata dal nulla: tenta invano di aggiustare un giocattolino del figlio della ragazza. Il «gliene compriamo uno nuovo» che le sue labbra sussurrano sembra una promessa che ha un gusto buono di futuro. Attualmente in prima visione nelle sale cinematografiche cittadine.
La stella che non c'è (Ita-Fra-Svi 2006) di Gianni Amelio, con Sergio Castellitto, Tai Ling - 104.