Cinema e letteratura avevano già previsto tutto

Solanka queste cose le diceva prima di David Cameron. Solanka non è neppure un conservatore, qualcuno potrebbe scambiarlo per un laburista e a pensarci bene non è neppure un uomo in carne e ossa. È un personaggio, un minore, uno che non lascerà il segno. È il protagonista di Furia, un romanzo di Salman Rushdie, ma di quelli che non hanno fatto fortuna. Cosa vuole quindi Solanka? Niente di speciale. Solo ribadire che quando Cameron dice che il multiculturalismo di Stato è fallito non si è inventato nulla. Solanka lo aveva detto prima: «Roma non cadde perché gli eserciti si indebolirono, ma perché i romani dimenticarono cosa significasse essere un romano».
Il multiculturalismo scemo a queste cose non ci pensa. Forse perché quelli che lo praticano non sono mai vissuti in periferia. È gente che sospira quando mangia sushi e si commuove ai mercatini etnici con le merci globalizzate made in china. Sono gli stessi, stranamente, che poi ti parlano per tre ore dei prodotti a chilometro zero. È colpa loro se il multiculturalismo è una barzelletta, qualche volta pericolosa.
Cameron dice che chi viene in Occidente a qualcosa deve rinunciare. Non può venire a dirci che lui dei valori di Londra, di Roma o di Parigi se ne frega. Le parole di Cameron non sono scandalose: «Sotto la dottrina del multiculturalismo abbiamo incoraggiato a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra. Abbiamo creato ghetti. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati». La reazione invece è stata assurda. I multiculturalisti scemi hanno cominciato a piangere. Cameron vuole radere al suolo l’East End, la Brick Lane di Monica Ali, la Brixton giamaicana di Zadie Smith. Vuole mettere al bando il Budda delle periferie. Ecco. Questa è la prova che certe romanzi non vengono neppure letti. Passano come luoghi comuni. Le storie di Kureishi, di Hary Kunzru, di Monica Ali, i film alla Sognando Beckam racconta la fatica di essere Occidentali. Non rivendicano il ghetto. Non rivendicano una patria perduta. Non si commuovono ai mercatini. Sono un disperato bisogno di sentirsi occidentali. È la fuga dal ghetto. Il Budda delle periferie comincia così: «Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato all’incrocio di due culture. A me però non importa, sono inglese e vengo dalla periferia a Sud di Londra e sto andando da qualche parte». La protagonista di Denti Bianchi di Zadie Smith ha paura della dissoluzione, della scomparsa, ma quando parli di identità non ha dubbi: «È solo ora che entrando in un parco giochi si può trovare Isaac Leung a pesca vicino allo stagno, Danny Rahman sul campetto di calcio, Quang O’ Rourke che lancia a canestro e Irie Jones che canticchia una melodia. Ragazzi con il nome di battesimo e il patronimico in rotta di collisione. Eppure, malgrado tutte le mescolanze, malgrado il fatto che siamo scivolati con facilità gli uni nelle vite degli altri, malgrado tutto questo, non c’è nessuno più inglese degli indiani». L’imitatore di Kunzru vive di metamorfosi. Non sa ancora bene chi sia e dove sono le sue radici. Si tormenta, ma la sua ragazza lo lascia perché «sei la persona più convenzionale che io conosca».
Cavolo. È questa la sorpresa. Il romanzo multietnico, quello che ti sbattono in faccia ogni volta ti capita di rivendicare l’orgoglio occidentale, traccia il percorso allo stramaledetto Cameron. Quello che non funziona è il multiculturalismo sbandierato da chi in periferia ci va come allo zoo. Sono quelli a cui piace raccontarsi un «mal d’Africa», sono quelli che il burqa non si tocca e poi piangono per Hina. Sono quelli che si sentono terzomondisti perché il sabato sera si sballano in un centro sociale. Sono quelli che per una guerra privata di potere strumentalizzano la «generazione Balotelli». Sono tutti quelli che ancora si fidano di Toni Negri. Roma è caduta quando i cittadini dell’impero (multietnico) hanno smesso di dichiararsi: civis romanus sum.