Cinema: alla festa di Roma più film italiani, meno politica

Cambio della guardia al vertice della manifestazione cinematografica: esce Goffredo Bettini che l’ha inventata ed entra il decano dei critici italiani, Gina Luigi Rondi. Alemanno: "Ho deciso di continuare dopo che Cacciari mi ha detto di lasciar perdere"

Roma - Si stava meglio quando si stava uguale. È il senso della presentazione alla stampa della Festa di Roma, di scena all’Auditorium dal 22 al 31 ottobre nella sua terza edizione, con il decano dei critici italiani Gian Luigi Rondi, esperto navigatore dei nostri mari bipartisan, da ieri al timone della cinekermesse capitolina, ideata e diretta da Goffredo Bettini, che lascia il suo incarico, per passare le consegne di presidente al noto critico, sul cui nome s’è trovato pieno accordo. E siccome anche il sindaco Gianni Alemanno, temuto dall’opposizione cinefila per alcune sue dichiarazioni (ampiamente fraintese) riguardo all’abolizione di lustrini e paillettes («ma il tappeto rosso, no, a quello non posso rinunciare», ha detto Bettini, sollevando l’applauso della claque personale dentro la Sala Petrassi) ha dato la sua benedizione, esplicitando che non entrerà a gamba tesa nel «Bettinorum», come si paventava a sinistra, la Festa è salva. Intanto, ieri, mentre la presenza di George W. Bush nella capitale si traduceva in caos urbano, si è svolta la giornata dei congedi. Il primo cittadino è arrivato tardi sul palco, provenendo dal Parlamento, dove s’è dimesso da deputato; Bettini ha detto addio al «Bettinorum» e il presidente della Camera di commercio, Andrea Mondello, ad horas rimetterà il mandato al consiglio d’amministrazione della Fondazione Musica per Roma. Rivolgimenti in atto? «Con Rondi vogliamo dare un messaggio di centralità del cinema e della produzione italiana», esordisce Alemanno, chiedendo al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi di organizzare gli Stati generali del cinema «made in Italy».

«A convincermi a far continuare l’esperienza della Festa è stata l’intervista rilasciata dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, in cui mi invitava a lasciar perdere», rivela Alemanno, completo scuro e scarponcini da rocciatore, aggiungendo: «Ci deve essere l’orgoglio cittadino che ci deve spingere a fare il meglio e a non abbandonare». Disperse le ceneri del regista Dino Risi dall’alto della Jungfrau, ecco un’altra serie di commemorazioni, lucidamente sfottute, in platea, da Renato Nicolini, nei Settanta inventore delle estati romane, con le cineproiezioni nella basilica di Massenzio («qua sembra una cosa sovietica: tutti a cantare le lodi della Festa, in assenza di Alemanno!», ha commentato l’architetto).

«La Festa del cinema è un successo e nei momenti di cambiamento è importante il ruolo delle istituzioni. È stato fondamentale fare mercato con le risorse del cinema italiano», ha argomentato Mondello, riferendosi alla sezione «Business Street», nata per sostituire il MiFed milanese. «La Festa del cinema è un successo, resa possibile grazie a un team manager come Goffredo Bettini, la cui politica di full brand ha tenuto un occhio al mercato internazionale e uno al cinema italiano», ha chiosato il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che certo non è digiuno d’inglese. E il neopresidente della Fondazione Cinema per Roma, quel Gian Luigi Rondi d’imprecisabile età, parte della quale trascorsa in sale buie, dove egli visiona con scrupolo ogni pellicola, fosse pure di serie B, seduto nell’ultima fila? Leggermente atterrito dalla nuova responsabilità, la lunga sciarpa bianca avvolta dal collo alle ginocchia, il cinecritico abbozza le sue grandi linee. «Scrivo da due anni la mia ammirazione per Bettini e per come ha organizzato la Festa», dichiara Rondi, parlando con garbata lentezza.

«Ricevo un carico non richiesto e devo muovermi, in pieno mare, su una nave che non ho varato, ma che approderà tra vari mesi», continua l’ex presidente della Biennale di Venezia. «Darò spazio ai collegamenti con l’industria, creando sinergie nel comparto. E punterò all’identità della Settima arte, nel segno di René Clair e di Luigi Chiarini, focalizzando il binomio spettacolo/cultura. Fare la guerra al divismo sarebbe truffare il pubblico, che ama i divi», ha precisato il manager, pensando al collegamento con i David di Donatello. Ma la chiusura spetta al presidente uscente: «Tenete la Festa fuori dalla politichetta romana, rispettate i direttori». Applausi, fuga dal palco, zero domande: la Festa c’è. E continua.