Il cinema geniale del "signor Titanus"

La casa di produzione fallì per gli sprechi di certi mega film ma il suo fondatore portò avanti progetti indimenticabili: "Ho sfruttato la library, forte di 400 film. I personaggi si susseguono in un fluire continuo di immagini sidordinate"

Peppuccio ha un cruccio. Scavando in una miniera ricca come non se ne trovano più, ha estratto una miriade di pepite d’oro. Voleva farne un bel lingotto massiccio e squadrato, qualcosa di unico da stupire il mondo, invece non ha fatto in tempo e adesso alla Mostra di Venezia lui, il perfezionista Giuseppe Tornatore, ci porta comunque un pepitone, condensato in cinque estratti. È di 40 minuti il suo toccante documentario L’ultimo Gattopardo, di scena al Lido il 10 settembre, ma vale tanto oro quanto dura questo flusso di coscienze intorno a un italiano notevole, il produttore napoletano Goffredo Lombardo, ora ritratto dalle pennellate digitali dell’autore siciliano. In attesa di vedere, magari sul piccolo schermo, tale omaggio dell’oscarizzato regista di Baarìa nella durata definitiva (90 minuti), intanto arriva il racconto sfaccettato di chi fu, nella vita e nelle opere, il patròn della Titanus, gloria della nostra storia cinematografica. «Ho avuto problemi di post-produzione: il film s’avvale di una sofisticata elaborazione digitale e spero che il pubblico capisca di trovarsi di fronte a un’opera incompleta, voluta comunque da Marco Müller, direttore della Mostra. A lui il mio documentario sembrava perfetto», spiega Tornatore nel suo studio all’Appio Latino, dove manifesti colorati e in tutte le lingue della sua vasta produzione artistica illustrano una passione alimentata dal successo. «Non volevo girare un documentario tradizionale su Lombardo, così ho sfruttato la potenzialità visiva della library Titanus, forte di 400 film ai quali attingere senza spendere. Ho quindi deciso d’immergere tutti i personaggi in un fluire continuo di immagini disordinate, con racconti che si susseguono passandosi il testimone».
E sono in tanti, celebri anche grazie a Goffredo Lombardo, produttore che sapeva rischiare, per terra e per mare (fu noto pescatore di squali, come tale celebrato da Folco Quilici), a fornire la propria versione del tycoon d’altri tempi. Se per Carlo Verdone, Lombardo «aveva qualcosa dell’alto clero», dati i modi curiali (salvo, poi, fargli firmare l’ingaggio su un tovagliolo di carta, al ristorante), secondo Ermanno Olmi, «Lombardo appartiene alla storia del nostro Paese, non solo alla storia del cinema». Naturalmente oggi non sarebbe possibile pensare in grande come lui, capace di sostenere - in contemporanea - due film voraginosi come Il Gattopardo di Luchino Visconti («con Visconti che, per girare la scena del ballo, aspettava guarisse il ginocchio di Burt Lancaster», svela Tornatore) e Sodoma e Gomorra dell’americano Robert Aldrich. Fu un bagno di sangue, non di gloria: la Titanus fallì per quegli sprechi, ora inimmaginabili. Però dal modo affettuoso e struggente con cui il regista chiama a deporre ogni singolo personaggio, configgendolo sullo sfondo mutevole d’uno stream di spezzoni, film, foto d’epoca, una cosa è chiara: Peppuccio rimpiange quel modo di fare cinema. «Oggi Lombardo sarebbe un fesso», nota Ermano Olmi, la cui definizione calza al sentire di Peppuccio. «Noi, oggi, abbiamo bisogno di questi “fessi”, in grado di portare avanti un progetto come una battaglia personale. Quest’approccio non lo vedo da nessuna parte», medita il documentarista, noto per le sue malinconie. «Fare film è sempre più difficile, ma la tecnologia dà frecce al mio arco e qui mi sono divertito a sperimentare».
Sebbene detesti mandare al Lido il suo documentario in forma grezza, con i microfoni bene in vista, Tornatore pare pervaso dall’allegria dei naufraghi. «Tornare al Lido, dopo la brutta esperienza di Baarìa mi fa pensare a una frase di Pavese, ne Il mestiere di vivere: «Niente è più inevitabile di un luogo in cui si è stati felici». Per questo, alla fine, Leda Gys, attrice del muto e signora Lombardo, guarda come dal buco d’una serratura. Vede se ci può essere ancora un po’ di gioia.