Il cinema italiano in cerca dei padri "fuggiaschi"

O scappano, o si lasciano mettere in disparte per vigliaccheria. Da "Una
vita tranquilla" a "I ragazzi stanno bene", passando per "Io sono con
te", una carrellata di figure maschili in fuga dal loro ruolo
genitoriale. La colpa? Madri invadenti o inadeguatezza

Roma - Padri assenti, padri che se ne vanno, padri messi in disparte da madri predominanti. Come nel caso di san Giuseppe, ancor più putativo di quanto non sia nei vangeli. O adoperati come donatori di seme e niente più. Se c’è un possibile epicentro, un’ipotesi di filo conduttore di questa quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma che oggi emetterà il suo verdetto finale con l’assegnazione dei premi, lo si può rintracciare nella ricerca del padre. Nell’indagine sulla sua sparizione. Sulla evanescenza della figura che un tempo si definiva l’autorità. Soprattutto il cinema italiano, ma non solo (vedi I ragazzi stanno bene dell’americana Chodolenko, con due madri lesbiche di altrettanti figli dello stesso donatore che ad un certo punto uno dei ragazzi vuole conoscere) sembra attraversato da questa curiosità di capire che fine ha fatto il papà e, solo in qualche caso, pure la mamma. È una ricerca che, dopo i tentativi di Pupi Avati (da Il papà di Giovanna a Il figlio più piccolo) torna a coinvolgere, anche personalmente, i nostri registi prodighi di generosità e di onestà intellettuale. Ma, da quanto si è visto, dal talento ancora incompiuto. Tuttavia…

Cosa diamo ai nostri figli? Come li cresciamo? Come e quando li tradiamo? Se lo chiedono nelle loro opere e lo hanno ripetuto esplicitamente anche nelle conferenze stampa un po’ tutti, da Valerio Jalongo (La scuola è finita) a Guido Chiesa (Io sono con te), da Claudio Cupellini (Una vita tranquilla) a Giancarlo De Cataldo, autore del libro dal quale è stato tratto Il padre e lo straniero. E basta prendere i finali dei film in concorso: in tutti ci sono ragazzi abbandonati, riabbracciati dopo esperienze tortuose, confortati da genitori surrogati o da madri assolutamente speciali e magari un tantino invadenti.

Dopo le famiglie allargate, caotiche, incasinate viste nella prima parte della stagione (da Mine vaganti a Happy Family a La prima cosa bella), i nostri autori sembrano concentrare la loro vena creativa principalmente attorno ad un’unica figura. È prima di tutto il rilievo di un’assenza e, in seconda battuta, un’urgenza educativa che striscia in buona parte dei film della kermesse, compreso uno dei candidati alla vittoria finale, quell’In a better world di Susanne Bier che rappresenterà la Danimarca alla corsa all’Oscar per il film straniero.
Si potrebbe dire che, una volta entrate in crisi le grandi istituzioni dalla scuola alla Chiesa, rotti gli equilibri della famiglia tradizionale, il nostro cinema si è accorto dell’emergenza e ha iniziato a riflettere sull’inadeguatezza del mondo adulto maschile, sempre più messo in ombra dall’aggressività femminile diffusa. E ha preso a investigare sulla sua incapacità di proporsi come modello di riferimento credibile, rassicurante e portatore di una prospettiva esistenziale riconoscibile. Solo che, a differenza di quanto avviene in alcune opere straniere come il già citato In a better world, ai nostri autori sembra mancare l’ambizione e la capacità di scuotere perché non sanno pensare in grande. Inevitabile, a questo punto, che i film italiani non riescano a prendere lo spettatore per lo stomaco o magari per il collo, assestandogli il colpo del ko. Con poco senso del tragico, ma solo del problematico, non si va distante. Visto da qui, di questo Festival rimangono l’ex camorrista interpretato da Toni Servillo e la faccia del ragazzo borderline, protagonista de La scuola è finita. «Ma non chiamatelo così, perché la scuola ne è piena», ha messo in guardia Jalongo. Per il resto, è una cinematografia calligrafica, con dei buoni svolgimenti, ma senza grandiosità, senza maiuscola. Così, un argomento capitale come questo rischia di scivolare via, di non bucare l’indifferenza, di non rompere la crosta del cinismo che funziona da autodifesa del mondo adulto. Proprio Jalongo, per spiegare com’è nato il suo film di padre-professore, ha usato un’espressione da annotarsi: «Quando entro in quelle scuole e vedo quei ragazzi - ha detto - mi rendo conto che sono irraggiungibili». Un’ammissione così può essere un buon punto di partenza. Ma forse, per fare un po’ di strada bisognerebbe mettere questa grana nelle mani di qualche autore più ambizioso, di qualcuno abituato a tenere in mano patate belle calde. Abituato a provocare e a scandalizzare.

Forse una bella sassata ci aiuterebbe ad andare un po’ più a fondo della faccenda.