Cinema italiano in crisi? La salvezza è all'estero...

Non solo i successi delle pellicole dei comici di casa, da Checco Zalone a Claudio Bisio, ora le eccellenze italiane sfruttano gli incentivi all'estero. E' il caso di "This must be the Place" di Paolo Sorrentino con Sean Penn protagonista

Nuota o affoga. Ha detto più o meno questo lo Stato al cinema, man mano che la crisi internazionale galoppava dalle nostre parti. Così la cineindustria, sventrata da decenni e decenni di clientelismo all’ombra del contributo pubblico, ha raccolto quel che restava di sé (comprese le idee) e s’è messa a nuotare. Tanto che adesso non galleggia soltanto, tra una commedia fortunata e l’altra, azzeccata dal Checco Zalone di turno, o dal Claudio Bisio di passaggio, ma guadagna l’alto mare e approda su sponde internazionali. E, per far vedere che non di soli tinelli vive la nostra creatività (la morte dei film “due-camere-e-cucina” l’ha decretata il pubblico) prende l’abitudine di pensare localmente e agire globalmente, sfruttando ovunque gli incentivi ideati per la settima arte.

E’ il caso dell’atteso film di Paolo Sorrentino, “This must be the Place” (“Dev’essere questo il posto”, dal brano dei “Talking Heads”), che già nel titolo denuncia la propria vocazione al mercato più vasto possibile. In odore di Cannes e in uscita, da noi, a maggio, dopo la sfilata sulla Croisette (distribuisce Medusa, qui anche produttrice), questo thriller drammatico, attualmente in fase di postproduzione, è esemplare della nuova tendenza glocal, imboccata dai nostri produttori più giovani e svegli. E anche stavolta, come nel caso della Fiat sotto cura Marpionne, fa da sfondo – tra gli altri - Detroit, con le sue suggestive ambientazioni (vedi “Gran Torino” di Clint Eastwood, girato nella ex-Motor City) e con la sua voglia di darsi un altro assetto industriale.

Sarà una coincidenza,ma questo luogo elettivo d’una certa America che si ha in testa, ritorna in due casi-apripista dell’economia italiana. Quel che farà Marchionne, si vedrà. Intanto, Sorrentino, che con “Il Divo” ha riscosso più successo all’estero che in patria, aggrega intorno alla sua idea musicocentrica (“Ho passato l’adolescenza a venerare i “Talking Heads”, dice) finanziamenti i più vari. Per la parte straniera, il 30% del budget complessivo (28 milioni di dollari circa) è così ripartito: il 20% viene dalla Francia (ARP) e il 10% dall’Irlanda (Element Picture). Il 70% di questa coproduzione italo-franco-irlandese è invece distribuito tra la Indigo Film (35%), la Lucky Red (35%) e la Medusa Film (30%). All’interno, c’è l’investimento di Intesa San Paolo (IMI Investimenti), con la formula di associazione in partecipazione (quindi, non coproduce), nell’ambito del tax-credit estero.

Si tratta di uno dei primi film prodotti in tal modo, da quando è in vigore la legge, e della prima volta in cui un grande gruppo bancario è coinvolto. In genere, quelli del cinema sono considerati magliari dall’alta finanza (bisognava vedere il pensoso distacco con cui Corrado Passera guardava, giorni fa, alla Casa del Cinema, Sorrentino in orecchino e jeans), ma in questo caso garantisce Sean Penn. Cioè un divo due volte premio Oscar, che in “This must be the Place” è Cheyenne, rockstar di mezza età, col rossetto e la parrucca da musicista balordo, che molla tutto per inseguire l’aguzzino nazista di suo padre, morto rivelandogli il nome del criminale in camicia bruna. Anche per via del grande tema centrale – l’Olocausto -, il film è stato sostenuto dal Fondo del Consiglio d’Europa (Eurimages), dallo Irish Film Board (godendo i benefici del tax-credit irlandese) e nelle locations tra Detroit e Bad Axe ha beneficiato degli incentivi del Film Incentive Package, in vigore nel Michigan dal 2008.

“Il film nasce da una mia curiosità ossessiva verso i nascondigli dei nazisti”, precisa il regista, che con il suo quinto film vola alto: nel cast,l’oscarizzata Frances McDormand (qui,moglie del protagonista); la figlia diciannovenne di Bono Vox, Eve Hewson (un’amica punk di Cheyenne), Harry Dean Stanton e Judd Hirsch assicurano smalto a questa storia di vendetta. La colonna sonora, firmata da David Byrne (ex-leader dei “Talking Heads”) è un altro punto di forza. Sulla carta, successo assicurato. Nei fatti, una nuova mentalità nasce nel mondo del cinema,rinvigorito dai tagli.