«Il cinema italiano? Mi ha sfruttato male»

La Cineteca Italiana celebra i 60 anni di carriera dell’attore romano e gli dedica una rassegna che parte domani fino all’11 ottobre

Le sue nozze di diamante con il cinema italiano andavano festeggiate in modo appropriato e la Festa del Cinema che si inaugura domani è l’occasione più adatta per brindare ai sessant’anni di carriera di Carlo Delle Piane. La Cineteca Italiana (in collaborazione con il Comune di Milano e Agis Lombarda) gli ha infatti dedicato una bella rassegna che dal 15 settembre all’11 ottobre regalerà alcune delle oltre cento pellicole interpretate da questo romano, classe 1936, diventato, con la sua bravura, la sua simpatia e il suo viso particolare, uno dei protagonisti più amati dal pubblico italiano. Intanto domani, dopo le proiezioni, lo si potrà incontrare all’«Oberdan», insieme con quella Sabina Negri che ha scritto il documentario, a lui dedicato e sempre domani proiettato, La ballata di un uomo brutto. Chiuderà la serata un concerto di Lino Patruno e la sua Jazz Band. Lo stesso Delle Piane sarà protagonista nella stagione imminente al teatro San Babila nella commedia Ho perso la faccia, scritta sempre dalla Negri.
Lei esordì giovanissimo recitando in «Cuore». Come ottenne la parte del bambino Garoffi?
«A dodici anni non pensavo di certo al cinema e a scuola non ci andavo volentieri; la svolta avvenne quando entrò in classe il regista Duilio Coletti, intento a cercare un volto nuovo e particolare. Certo che con quei calzoncini corti sembravo un extraterrestre ma ho avuto la faccia giusta al momento opportuno e davanti alla macchina da presa apparivo con grande naturalezza e spontaneità».
Da allora lei ha avuto la fortuna, ma anche la bravura, di recitare con alcuni dei registi che hanno fatto storia: Monicelli, Steno, Zampa, Eduardo, Polanski, fino all’incontro con Avati. Come si rapportava con loro?
«A parte Pupi Avati, non posso dire di aver ricevuto proposte degne di essere accettate. Proprio per questo, rimprovero al cinema italiano di non avermi sfruttato abbastanza».
Anche a livello di attori non scherziamo: Sordi, Totò, la Masina e il suo grande amico Fabrizi. Quali ricordi la legano a loro?
«Non ho mai frequentato l’ambiente degli artisti, mondo che non sopportavo. Con Fabrizi eravamo grandi amici, tanto che abbiamo condiviso anche vacanze e viaggi in America, in Argentina; proprio lui mi ha insegnato a non essere ipocrita. Non era molto amato perché diceva la verità, non scendeva mai a compromessi per avere un tornaconto: la lealtà e la sincerità lo hanno sempre contraddistinto. Anch’io, che facevo parte di quella scuola, sono stato evitato dal cinema italiano e proprio per questo sono molto incavolato, portando molta rabbia nel mio animo».
Come è cambiato il cinema italiano?
«Oggi si inventano la bravura e questo è un male per il nostro cinema. Tuttavia, amo i giovani, anche se oggi la maggior parte non vuole far gavetta; preferiscono passare subito all’incasso senza sacrificarsi. Io cerco di aiutare alcuni meritevoli come, ad esempio, Francesco Felli, autore e regista di un cortometraggio che mi ritrae nei panni di un malato di Alzheimer».
In sostanza, non le piace il cinema italiano attuale e si mette nell’elenco di chi guarda con nostalgia e rimpianto al passato?
«Sono molti anni che non vado al cinema: mi annoio, mi arrabbio. Un anno fa ho visto lo straordinario Centochiodi di Ermanno Olmi ma ritengo che oggi gli addetti ai lavori pensino a fare i film più per loro stessi che per il pubblico».
Lei si sente in credito o in debito con il cinema?
«Vanto, assolutamente, un buon credito».
C’è un ruolo che non le hanno mai offerto e che vorrebbe fare?
«Mi piacerebbe essere il protagonista di un viaggio all’interno del mondo della follia»
Che rapporto ha con Milano?
«E’ una città straordinaria, che mi piace molto, dagli angoli suggestivi come Brera e la zona Navigli, dove ho molti amici. E’ caotica ma molto meno di Roma, più complicata, assordante e soffocante. Il pubblico è molto preparato e attento».