Il cinema nuova arma contro i regimi d’Oriente

In arrivo un film-biografia su Aung San Suu Kyi, la &quot;Mandela della Birmania&quot; perseguitata da oltre vent’anni, e uno su Li Cunxin, il ballerino cinese fuggito in America. Intanto l’Iran condanna a 6 anni di galera il regista Panahi<br />

Ci si mettono anche cine­asti di lungo corso, registi bla­sonati come Luc Besson o at­tori dalla solida carriera hol­lywoodiana come Andy Gar­cia: il cinema internazionale e d’autore si schiera contro i regimi ancora in vita. E conti­nua a fare paura ai dittatori più retrivi, come dimostra l’arresto di Jafar Panahi, il re­gista iraniano già segregato a inizio 2010 e poi bloccato nel suo Paese, deciso proprio ie­ri dal governo di Ahmadi­nejad. Registi e autori rispol­verano l’arma della denun­cia della riduzione dei diritti civili, la libertà di pensiero e la democrazia, in qualche ca­so anche della pratica della tortura e dei lavori forzati. Sanzioni e metodi tuttora in vigore in alcuni Paesi orienta­li, a Cuba, fino agli Stati del­l’islam fondamentalista. In­somma, torna la grande tradi­zione del cinema politico, della settima arte usata co­me strumento di divulgazio­ne delle ingiustizie perpetra­te soprattutto dai governi co­munisti dell’Est europeo (la cinematografia di Tarko­vskji) e dell’estremo Oriente ( Urla del silenzio di Joffé) e da quelli militari del Sudame­rica ( Brazil di Terry Gilliam). Uno strumento che continua a spaventare tiranni di tutti gli orientamenti. Del resto, tanto per stare in argomen­to, se uno come Mussolini ri­teneva che «il cinema è l’ar­ma più potente» qualche ra­gione ci doveva pur essere. I suoi scopi erano di propagan­da, ma è fuor di dubbio che quell’arma possa essere usa­ta per obiettivi opposti. Qualche anno fa era tocca­to al­l’esule cubano Andy Gar­cia raccontare gli eccessi del­la rivoluzione castrista nel suo The Lost City . Nella Ava­na dominata dal dittatore Ba­tista l’espandersi del potere di Fidel Castro era riuscito a restringere ancora di più gli spazi di libertà... Ora il nuovo cinema di denuncia si sposta in Oriente e in Asia. Da po­che settimane Luc Besson ha iniziato a girare The Lady , la biografia di Aung San Suu Kyi, il Premio Nobel per la pa­ce che lotta contro il regime militare della Birmania. È una donna ancora «più eroi­ca di Giovanna d’Arco», ha detto di lei il regista francese che l’ha paragonata anche a Gandhi. «Quante volte nel corso della storia è esistita una donna che non bestem­mia, non ruba, non fa mai nulla di illegale eppure viene rinchiusa agli arresti domici­liari per 24 anni?». Nelle pri­me immagini dal set aperto in Thailandia si vede l’attrice Michelle Yeoh nei panni del­la Mandela birmana. Presto le riprese si sposteranno a Oxford, mentre l’uscita del film è prevista per il prossi­mo autunno. Più ravvicinata dovrebbe essere invece la programmazione de L’ulti­mo ballerino di Mao , tratto dall’omonima biografia di Li Cunxin, il Barishnykov cine­se che ora vive in Australia con la moglie, anche lei ex ballerina, e i suoi tre figli. Nel libro che il regista Bruce Bere­sford (Oscar per A spasso con Daisy ) ha portato sul grande schermo, Cunxin ha raccon­tato la mortificazione nella Cina degli anni Settanta quando iniziò a eseguire quelle coreografie con le scarpette da ballo indossate sulla tuta di ordinanza maoi­sta. Poi le minacce e le rap­presaglie, fino alla decisione di rimanere negli Stati Uniti per poter finalmente ballare Il lago dei cigni e Don Chi­sciotte . «La nuova generazio­ne di leader cinesi mi ha per­donato. Mentre per i vecchi dirigenti io rimango un diser­tore », ha dichiarato Cunxin. Che non crede sia ancora ve­nuto il tempo per mostrare in Cina il film di cui è protago­nista. Ancor meno probabilità di trovare distribuzione in pa­tria ce l’ha Il fossato ( The Di­tch ) di Wang Bing, terrifican­te documento della Cina de­gli anni Sessanta presentato in concorso come film a sor­presa all’ultima Mostra di Ve­nezia. Una testimonianza atroce della brutalità cui può condurre l’ideologia che spingeva il governo a con­dannare ai lavori forzati mi­gliaia di cittadini «dissidenti di destra» a causa delle loro critiche al Partito comunista o semplicemente della loro estrazione sociale. Tuttavia, a Venezia il regista ha rifiuta­to l’espressione «cinema di denuncia» parlando generi­camente di «critica costrutti­va » per favorire il «rispetto tra le persone». Forse perché timoroso della reazione del­le autorità di Pechino, allergi­che alle contestazioni anche se declinate al passato. Chi a Venezia invece non ha potuto accompagnare il proprio film è stato il regista iraniano Jafar Panahi, già vin­citore del Leone d’oro nel 2000 con Il cerchio . Nella se­zione delle Giornate degli Au­tori era previsto The Accor­dion ma, dopo 88 giorni di de­tenzione, le autorità di Tehe­ran gli avevano impedito di arrivare in Laguna. Dove Pa­nahi aveva inviato un mes­saggio: «Nonostante sia sta­to rilasciato, non sono anco­ra libero di viaggiare fuori dal mio Paese e frequentare festival cinematografici», aveva scritto. «Inoltre, mi è stato ufficialmente proibito di fare film negli ultimi cin­que anni. Quando a un film­maker non è consentito gira­re film, è come se la sua men­te fosse incarcerata. Forse non sarà rinchiuso in una pic­cola cella, ma continua a va­gare in un carcere molto più grande». Da ieri, Panahi è di nuovo rinchiuso in una pic­cola cella. Ci dovrebbe resta­re per sei anni. Invece film non potrà girarne per venti.