Il cinema vuol prendere in giro la fiction? "No problem"

Una commedia con i grandi della prosa e Sergio Rubini sulla corsa al successo nelle serie tv. Il regista: la tivù senza talento è rischiosa

Roma - Stavolta fa come il lievito, Vincenzo Salemme, e nel suo film comico No problem (da venerdì nelle sale), dov’è attore, regista e sceneggiatore (con Ugo Chiti), lascia fermentare gli altrui talenti sciogliendosi con leggerezza nel gustoso impasto d’una commedia all’italiana. E, strano ma significativo, mette insieme il meglio della prosa, anche d’antan (da Anna Proclemer a Iaia Forte, da Oreste Lionello a Gisella Sofio) in una produzione Medusa (con Sky), che prende in giro la tv delle fiction, mostrando come sia possibile fare buon cinema a patto di prendere attori dal teatro. Gente, cioè, in grado di tenere la scena con poche battute ben dette (la dizione della Proclemer nel ruolo della madre altezzosa di Salemme, alias l’attore di soap Arturo, risulta impeccabile, così come il suo cammeo, orecchini e lifting compresi).

La storia corale, ambientata a Roma, in studi tv dove si consumano i riti della rivalità tra Arturo e un bambino arrivista che gli «ruba» la telecamera mentre girano una fiction (fingendosi padre e figlio), fa perno sul duo Salemme-Sergio Rubini, nella parte dell’agente suo. I due sono in simbiosi: l’uno spaccherebbe la testa al collega ragazzino, più popolare di lui (divertente quando la madre gli chiede un autografo di Zingaretti, «quello sì che è un vero attore!»); l’altro è alle prese con l’ex moglie e con una confusione psicolinguistica, che lo porta a dire «difterite» invece di «differita» e via pasticciando, con quella sua distintiva collaudata gigioneria. Mentre la carriera di Arturo è sotto scacco, intanto che l’influente madre (Iaia Forte) del suo piccolo rivale lo ricatta sessualmente, interviene un bambino non bellissimo però efficace a movimentare la vita dello sfigato interprete seriale. «Papà! Papà!», gli grida il piccino, orfano di padre, gettandoglisi tra le braccia, perché a furia di vederlo in tivù lo crede il suo vero genitore scomparso. Va da sé che l’agente intrallazzatore approfitterà della situazione per rilanciare il suo assistito, mentre il mondo cane dei media s’avventa sul polpettone finto-vero... Per fortuna, la famiglia squinternata del piccino, zio schizoide in testa (l’ottimo Panariello, perfetto come mattocchio) e mamma carina a seguire (la francese Aylin Prandi), ricondurranno il protagonista alla realtà dei veri sentimenti. «Se critico la tivù? Spesso il successo è legato all’effimero: la tivù è rischiosa, se non legata al talento. Però la televisione ha arricchito il mercato e le contaminazioni a volte riescono», dice Salemme, ricordando di sentirsi «un attore, non un comico». «Amo il teatro, ma grazie al cinema, che ha più diffusione, il teatro può mantenersi vivo. Sono due linguaggi parte dello stesso progetto», spiega l’artista, quest’anno vincitore del «Biglietto d’oro», dopo il successo del suo film precedente, Sms (incasso: 25 milioni e mezzo).

Sergio Rubini, che da tempo desiderava lavorare con Salemme, preferisce parlare degli attori: «Sono persone con problemi d’identità e i personaggi restano loro addosso. Vittorio Gassman mi disse che l’unico mestiere in cui le raccomandazioni non valgono è quello dell’attore, dove il giudizio passa al pubblico». Avviso per gli amanti della commedia all’italiana: questo film vi darà soddisfazione.