Cinesi entravano in Italia come finti turisti

I clandestini finivano poi nei laboratori tessili della città, tramite il pagamento di ulteriori 700 euro

Paola Fucilieri

Come tutte le «trovate» di origine cinese è geniale e insieme semplicissima, ma stavolta non la si può trovare a prezzi stracciati sulle bancarelle di Chinatown perché costa dai 5 ai 10mila euro a testa ai cinesi stessi. Questo il prezzo per partecipare ai viaggi senza ritorno nei paesi dell’Unione europea promossi da una delle tante agenzie turistiche virtuali della Repubblica popolare cinese. Si tratta dell’ultimo stratagemma illegale inventato dalla mafia gialla per favorire l’immigrazione clandestina in Europa; un espediente che sfrutta l’accordo turistico ADS (Approved Destination Status, ndr) siglato tra l’Ue e la Cina ed entrato in vigore il primo settembre dello scorso anno per agevolare il rilascio di visti d’ingresso ai cinesi a scopi esclusivamente turistici(minimo 5 persone per gruppo, per un massimo di 30 giorni) nei territori di area Schengen.
Milano - che, con la sua comunità di circa 11mila cinesi regolari contende a Parigi e ad Amsterdam il secondo posto di città più «gialla» d’Europa -non poteva essere esclusa dal losco traffico che sta procurando alla mafia cinese e alla sua fitta rete mondiale lauti guadagni a rischio zero. È qui, infatti, che il fenomeno è stato portato alla luce dalla polizia, coordinata da Rossana Penna, il magistrato a capo del pool della Procura che si occupa solo di criminalità straniera e in particolare di quella cinese. Sono 15 le ordinanze di custodia cautelare (appena 6 quelle eseguite finora da febbraio, ndr) contro altrettanti cinesi, perlopiù regolari, accusati di associazione a delinquere finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina. Insieme ai gruppi turistici legali, infatti, da settembre 2004, in Cina sono proliferati quelli truffaldini, provvisti di false guide con il compito di accompagnare in Europa falsi turisti (in realtà semplici clandestini in attesa di collocazione) provvisti di visto «Ads». Dopo lo sbarco in aeroporto (solitamente il «Leonardo da Vinci» di Roma, ma anche a Malpensa) e passato il controllo dei documenti, le «guide» si fanno consegnare dai «turisti» i passaporti, provvedendo quindi a riportarli a Pechino, nella sede dell’organizzazione criminale. Una volta in Cina e dopo aver fatto apporre sui documenti il visto di reingresso, l’organizzazione, mentre ricicla i visti per un nuovo «gruppo vacanze», crea l’illusione che il turista sia rientrato in patria.
E il finto turista? Muove i suoi passi da neo clandestino per raggiungere la meta finale del suo viaggio: c’è un posto di lavoro e un alloggio, perlopiù in bui e malsani laboratori tessili, che lo aspettano. Tuttavia, per iniziare a lavorare almeno 16-18 ore al giorno fermandosi solo per riposare, dovrà versare prima altri 700 euro al suo titolare, un connazionale.
Visti la semplicità e il successo dell’ingranaggio criminale è perciò con eccessivo ottimismo che, a nostro parere, la polizia calcola «complessivamente» appena un centinaio di questi falsi viaggi dalla Cina all’Italia.
«Tra gli arrestati e i ricercati non c’è nessuna delle cosiddette “guide”, ma solo altri componenti minori di questa “rete”» - ha spiegato ieri la Penna. Intanto, all’ufficio immigrazione, un gruppo di 20 cinesi, turisti virtuali ma clandestini in carne e ossa, era pronto per il rimpatrio.