«Cinesi più vicini, ma il dossier Shig è ancora aperto»

«È una grande sofferenza non poter spiegare questa complessa trattativa. Purtroppo abbiamo lasciato agli altri (ai giornali, ndr) la libera interpretazione dei fatti, spesso imprecisa o fantasiosa».
Lamberto Tacoli, chief sales & marketing officier del gruppo Ferretti, e presidente di Crn, rispetta la consegna del silenzio. Le trattative con i cinesi della Shandon Heavy Indutry Group sono state difficili e complesse. Oggi a buon punto, ma non ancora concluse e definite nei dettagli. In sostanza il piano di salvataggio prevede, tra l’altro, la riduzione significativa del debito globale da 705 milioni di euro a circa 131 milioni.
Dottor Tacoli, allora finalmente ci siamo...
«Posso dire che la trattativa, dopo le difficoltà iniziali, procede bene. Il nostro gruppo intende rispettare la riservatezza della controparte cinese. Se arriveremo al traguardo, come spero, sarà indubbiamente una spinta propulsiva di grande sviluppo. Di Cina se ne parla da anni, sappiamo qual è la solidità del gruppo Shig. Un possibile impegno della holding manufatturiera cinese farebbe crescere il nostro gruppo in modo importante oltre a darci un equilibrio finanziario estremamente solido».
Il modello Ferretti Brasil funziona. Premesso che si tratta di operazioni diverse, pensate di riproporlo in versione cinese?
«La regione Asia Pacific è decisamente più vasta, un mercato più ampio e in grande sviluppo. Una grande opportunità per noi. In ogni caso andremmo a produrre imbarcazioni esclusivamente per quel mercato con un partner industriale di grande livello».
Tuttavia l’operazione ha anche un rovescio della medaglia. Potrebbe essere interpretata come un graduale disimpegno in Italia...
«Lo escludo ne modo più categorico. Ferretti è italiana ed è orgogliosa di essere un’azienda made in. Ripeto, stiamo trattando al meglio per una partnership industriale molto forte. Per i cinesi il gruppo Ferretti, con i suoi otto brand, è un’icona. È risaputo quanto siano attratti dai grandi marchi made in Italy, non lo scopriamo oggi».
Significa che è già pronto un piano industriale?
«Assolutamente no. Ho detto “andremmo”... Faccio delle ipotesi. Non sono un indovino. Spero di organizzare una conferenza stampa in Italia il più presto possibile. Tutti aspettano novità, non solo la stampa. Ma ci sono tempi tecnici da rispettare. Indubbiamente per noi si tratta di un’ulteriore sfida. Forse la più importante, consapevoli che ne abbiamo vinte tante altre. Se il guanto ci passa davanti lo raccoglieremo al volo».
Nonostante i problemi finanziari, e trattative con Shig non ancora concluse, avete un eccellente portafoglio ordini al 31 dicemnbre...
«Siamo attorno ai 530 milioni. Non è poco di questi tempi. Com’è noto il mercato europeo è in grande sofferenza. Deludente anche quello nordafricano per le note vicende. Per non parlare dell’Italia. I segnali positivi arrivano dal segmento sopra i 30 metri, soprattutto per quanto riguarda i nostri marchi Crn, Custom Line, Riva e Pershing. Da giovedì scorso siamo al salone di Londra. Poi andremo a Dusseldorf dove potremo capire se il nord dell’Europa va meglio del Mediterraneo».
Intanto la manovra «Salva Italia» litiga un po’ con lo slogan dei Prof «Cresci Italia»...
«Indubbiamente quello che sta accadendo in casa nostra non favorisce lo sviluppo. E non parlo solo della tassa di stazionamento. Del balzello ne abbiamo discusso anche in Ucina. Si poteva introdurre una tassa sul lusso, seguire la filosofia dei francesi, oppure un tot al metro. Invece per 40-50 centimetri in più si paga il doppio. Amen... Noto con amarezza che si persevera nella politica dell’allontanamento dei diportisti, soprattutto stranieri, dalle coste italiane».
Che cosa non le piace di questa manovra lacrime e sangue?
«Veda, alcune decisioni sono giuste. Prenda il problema evasione. È importante, la lotta seria va fatta, anche se non condivido la spettacolarizzazione. Lo Stato ha tutti i mezzi per scovare i furbi. Poi si è scelta la strada dura, ma a mio avviso necessaria, per le pensioni. Mi piacerebbe ci fosse anche una fase di certezze per l’immediato futuro, con programmi importanti per lo sviluppo che inevitabilmente si dovrà basare sul turismo. E la nautica dovrebbe far parte di tutto questo. Penso ai nostri musei, alle nostre città, ai nostri porti. Oggi non è così, serve un programma decennale come accade in altri Paesi. Per farla breve: vanno riposizionate qualità e unicità dell’Italia. Forse ci manca la voglia di sfruttare appieno tutte le grandi potenzialità che questo bistrattato Paese ci offre. O forse non ci rendiamo conto dei gioielli che che abbiamo in casa».