Cinesi in piazza contro la chiusura di discoteche

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Prima gli studenti. Poi i contadini. Poi i giornalisti. E adesso i lavoratori delle «luci rosse». La Cina ribolle in tutte le sue componenti, dalle più alle meno tradizionali, da quelle che ricordano la sua lunghissima tragica storia a quelle che possono invece muovere, a chi guardi da lontano, il sorriso. Come l’episodio di Shenzhen, e ha richiamato in piazza migliaia di persone. Non è una gran cifra date le dimensioni demografiche della Cina, ma è quasi senza precedenti per la composizione. Intanto c’erano più poliziotti (da cinque a settemila) che dimostranti e poi questi ultimi erano di un genere un po’ particolare. Persone che lavorano nelle discoteche, nei night club, nelle sale per massaggi, insomma nei templi della religione edonistica che assieme al benessere, trascinati o magari trascinandolo, cambiano il volto della Cina: non tanto quello millenario, quanto quello ultrapuritano del comunismo.
Ai tempi delle Comuni di Mao non solo la vita economica e produttiva era regolata in modo ferreo, ma anche la privata, inclusa quella sessuale. Funzionari giravano per le case interrogando e prendendo nota delle interruzioni del ciclo mestruale, indicatori di gravidanze non previste dal Piano e dunque non permesse. Adesso va un po’ meglio, forse a Shenzhen non è mai andata proprio così: è la prima e più famosa «zona economica speciale» dell’immediato post maoismo, un pezzo di Hong Kong in Cina quando Hong Kong, che è lì a due passi, era ancora una colonia britannica. Industrie, uffici, investitori stranieri (o cinesi all’estero), ristoranti, alberghi, locali di ritrovo e di distrazione, centinaia del genere, che funzionavano più o meno come nel resto del mondo. Ma qualcosa, o qualcuno, deve avere esagerato e allora le autorità hanno ritrovato i modi della repressione: misure restrittive contro tutti i posti che si prestano ad attività equivoche. Nelle discoteche si dovrebbe andare solo per ballare e nelle sale di massaggio solo per farsi massaggiare muscoli stanchi. Così evidentemente non era e le nuove regole potrebbero prosciugare i clienti e mettere in crisi il settore, cancellare migliaia di posti di lavoro. Di qui la manifestazione sotto la sede del governo locale. Di qui lo schieramento di poliziotti.
Molto più numerosi di quelli che si sono trovati qualche settimana fa a fronteggiare un altro tipo di disordini: quello dei contadini di Dongzhou, nella provincia del Guangdong, dunque non lontano da Shenzhen, che si oppongono alla privatizzazione delle terre. Dopo quello dei giornalisti del quotidiano Notizie di Pechino che sono scesi in sciopero per protestare contro la censura e le epurazioni nello staff editoriale. Sommando il serio, il tragico e il vaudeville, si arriva a cifre che illuminano le pieghe nascoste del «miracolo cinese». Secondo il quotidiano South China Morning Post che esce a Hong Kong, il numero dei «disordini pubblici» in Cina ha battuto ogni record, toccando l’anno scorso quota 87mila.
La parola cinese per disordine è «luan», la stessa che fu invocata nel 1989 per giustificare la repressione in piazza Tienanmen a Pechino, ma anche (un colpo al cerchio un colpo alla botte) per stigmatizzare gli eccessi delle Guardie Rosse maoiste durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Non c’è dunque da temere una inversione di rotta: la strada attuale porta frutti troppo buoni, per i cittadini e per il regime.