Cinesprecopoli: i registi negano i dati confermano

«Non rubiamo soldi allo Stato. Col cinema italiano lo Stato ci guadagna», insorge Pasquale Scimeca, regista di film pure interessanti come Placido Rizzotto. Tuttavia il concetto appare piuttosto ardito, da qualsiasi parte lo si giudichi. Eppure lunedì sera gli autori dell'Anac, storica associazione di cineasti, hanno presentato in pompa magna il libro bianco Lo Stato delle cose. La verità sul cinema italiano, dal quale si evince, in chiara polemica col detestato libro nero Cinema. Profondo rosso edito da Libero, che va tutto bene, non esiste scandalo attorno ai finanziamenti pubblici, è tutta una montatura di destra, si vuole assassinare l'arte in nome del mercato, si bara sui dati, eccetera.
Siamo alle solite. Ogni volta che si prospetta una legge di riforma, i registi drizzano le antenne e preparano le barricate, pronti a denunciare «i poteri forti», il duopolio Raicinema-Medusa, il «berlusconismo» latente nei piani dell'erigendo Pd. A sostegno della tesi, l'Anac informa che negli anni 1995-2004 sono stati finanziati con soldi pubblici 342 film, per una cifra totale di 553 milioni di euro: di questi, sarebbero rientrati circa 130 milioni, corrispondenti al 26 per cento. Dunque, «la sprecopoli di celluloide capace solo di produrre film-flop» di cui parlò il non sempre attendibile volume di Renato Brunetta sarebbe una menzogna. Su La Stampa rinforza il concetto Lietta Tornabuoni, secondo la quale «non è vero che il cinema italiano succhi sangue allo Stato, non è vero che qualsiasi porcheria raccomandata, partitica o nepotista venga sovvenzionata con i soldi dei contribuenti».
Naturalmente sulle cifre (e sulle voci tecniche dei ritorni) bisogna intendersi. Una documentata inchiesta di Box-Office rivelò, ad esempio, che nel periodo 1994-2002 furono finanziati 362 film per un totale di 497 milioni di euro (non tutti effettivamente spesi, causa sospensione di alcuni progetti), con un incasso corrispettivo di soli 70 milioni. Insomma, si potrebbe discutere all'infinito; e certo ormai sbaglia chi considera centrale, rispetto alla vita commerciale di un film, il solo incasso sala. E però vogliamo riconoscere che fino al 2004, anno della riforma Urbani, detta reference-system, il cinema italiano ha prosperato su una sorta di «finanza allegra», senza copertura di spesa, al punto che il ministero arrivò a erogare oltre 60 fondi di garanzia all'anno, per una quota pari al 70 per cento del (presunto) costo totale? La controprova: dopo il 2004, vigendo un sistema più rigoroso, selettivo e cristallino, i recuperi sono passati dal misero 26 per cento a un ben più corposo 60-70 per cento, e la qualità dei film è decisamente migliorata. Poi esigiamo pure commissioni più qualificate e automatismi ragionevoli. Ma, per cortesia, ribelliamoci per cose più serie.