Cinico sollievo: l’influenza uccide solo i più deboli

C’è un effetto collaterale del morbo che nessun medico ha diagnosticato, che nessun esperto saprebbe illustrare con un grafico, inquadrare con una formula, eppure colpisce tutti. Più si diffonde, più lo nascondiamo, perché nessuno ne è immune, anche chi dalla malattia non è neppure sfiorato. Un contagio dell’anima che i latini avevano già definito con il crudele realismo dei loro motti «mors tua, vita mea».
Proprio ieri ci ha di nuovo infettato quando è arrivata la notizia della morte di un’altra bambina. Nei suoi sette anni di vita la piccola Paola ha dovuto spesso ricorrere agli ospedali per cercare di sfuggire al suo destino, che portava un nome conosciuto a pochi: Sindrome di Angelman. Una malattia rara che la costringeva spesso a indossare la maschera a ossigeno per cercare di sconfiggere le sue crisi respiratorie. Mercoledì proprio in un letto d'ospedale, a Desio, in Brianza, Paola ha perso la sua battaglia. Ma a piegare la sua paziente tenacia di bambina sembra che non sia stato quel nemico così inconsueto ma per lei ormai abituale: Paola, ammalata di una rara patologia, sarebbe la venticinquesima vittima del male al momento più comune in Italia, l’influenza A.
Ieri mattina, uscendo di casa, ho incontrato un mio vicino che ha due figlie piccole, una della stessa età di Paola. Aveva sentito alla radio della morte della bimba e, come altre volte nei giorni scorsi, mi ha chiesto solo una cosa: «Ma aveva già un’altra malattia, vero?». Nei suoi occhi ho letto una speranza inconfessabile, al limite della disumanità, ma che in questi giorni stiamo provando tutti, nessuno escluso. La speranza che rispondessi: «Sì, era malata». Oppure: «Sì, era disabile», come il ragazzo di 26 anni ucciso dal virus a Salerno. O ancora obeso e fumatore incallito, come il radiologo che l’influenza si è portato via martedì scorso a Roma. «Sì, Paola era già malata». Il sospiro di sollievo nascosto malamente dal mio vicino di casa è il sintomo più atroce di questo maledetto contagio. Come è possibile che siamo arrivati a questo, noi con le nostre esistenze civili, a gioire perché la malattia colpisce solo i deboli? La colpa è di altri due segni particolari del virus. Il primo è che si tratta di un’epidemia mediatica: il numero dei morti impressiona perché da giorni li contiamo uno a uno, trasformati tutti in monatti che riempiono il carro di notizie sugli appestati.
Il secondo è che colpisce in particolare i bambini. Non ci può essere incubo peggiore per un genitore, un male che viene come un raffreddore e ti porta via tuo figlio in pochi giorni. Come è successo a Emiliana, la bimba morta a Napoli e diventata il vero simbolo di questo strisciante terrore: perché lei era sana. Così, quando i genitori hanno gridato che la loro piccola non aveva alcun disturbo prima di essere aggredita dal virus, in fondo in fondo non gli abbiamo creduto. Anche di fronte al risultato dell’autopsia, «uccisa da miocardite acuta», complicanza causata dall’influenza A, abbiamo cercato una scappatoia, abbiamo segretamente sperato in una malformazione cardiaca, un difetto di fabbrica nascosto ma letale.
Tutto pur di non credere che possa capitare anche al bimbo che dorme tranquillo in casa nostra, cui sfioriamo la fronte di continuo con apprensione, per investigare ogni seppur minimo aumento di temperatura.
Questo contagio disumano è al punto da trapelare pure nelle parole delle autorità che ogni giorno ci informano sugli sviluppi della pandemia. Nel loro comprensibile sforzo di rassicurare il Paese, consigliando il vaccino e aggiornando il numero delle vittime, sottolineano sempre: «Solo una però ha come unica causa l’influenza A». È la piccola Emiliana, povera bimba trasformata in minaccia al nostro inconfessabile sollievo. Inconfessabile, ma inevitabile. Perché contro la paura non c’è vaccino.