Cinquant’anni di architettura raccontati da Vittorio Gregotti

Luciana Baldrighi

«Mi sono laureato in architettura nel 1953, lavoro come architetto da più di cinquant’anni. Ciò mi ha posto in una posizione strategica: partecipe e osservatore, appassionato e partigiano, per la seconda metà del Novecento ma anche nella possibilità di incontrare direttamente molti protagonisti della prima metà del XX secolo e di visitare architetture e leggere libri intorno al formarsi della modernità e alla sua crisi con la stessa passionale parzialità. Di questo vorrei offrire alcune testimonianze, senza dare giudizi storici complessivi, di un secolo tragico negli eventi ma assai glorioso per l’architettura, la cui tradizione mi sembra lontana dall’aver concluso la sua influenza. Frammenti di memoria di personaggi straordinari che sono stati importanti non solo per il mio lavoro di architetto». È così che Vittorio Gregotti davanti a una folta folla di studenti, colleghi e ammiratori, alla Triennale oggi alle 18.30 presenta con Gad Lerner, Fulvio Irace, Franco Purini e Daniele del Giudice «Autobiografia del XX secolo» (edizioni Skira, 250 pagine, 25 Euro) cinquanta saggi che ripercorrono sessant’anni di carriera e contemporaneamente offrono un panorama completo dell’architettura del XX secolo attraverso gli occhi di un grande protagonista, insegnante tra Milano e Venezia. Il libro dedicato a Spartaco Azzola si apre con una complessa partita di rimandi a partire dalla discesa dello studio dei fratelli Perret al razionalismo di Rogers, Pollini, Gardella e Franco Albini che definisce di «uno speciale poetico carattere», alle figure storiche di van de Velde, Berlage, gli incontri a nell’atelier di Parigi di Le Corbusier e a Milano con Vantongerloo nello studio Bbpr, ma anche Mies, Khan, Neutra, Bill, Behrens, Ando, Matsui, Eames, Ray, Dalí, Stirling, Rossi, Piano e Samonà, De Carlo, Belgiojoso, Valle, Meier e Kahn.