Cinquant’anni fa il primo ciak del film che divise l’Italia

RomaGiusto cinquant’anni fa, domani. Il 16 marzo 1959, ore 11.35, al teatro 14 di Cinecittà dove lo scenografo Piero Gherardi aveva ricostruito l’interno della cupola di San Pietro, veniva battuto il primo ciak de La dolce vita. Scrisse Tullio Kezich, che seguì giorno per giorno la lavorazione traendone un diario: «Tranne Anita Ekberg, imperturbabile nel suo vestito da prete, tutti sono un po’ tesi e commossi». Si gira l’inquadratura 206. Cinque ciak, con Anitona che corre su per le ripide scale. Si stampano la terza e la quinta. «Alle 11.49 Fellini passa a un’altra inquadratura», annota il cronista. Sul set si vive una sorta di «momento storico» dopo mesi infiniti di preparazione, dubbi, problemi finanziari. Arriva Giulietta Masina. C’è anche Angelo Rizzoli, che offrirà un banchetto al ristorante di Cinecittà. «Alla fine il produttore stura lo spumante e il tappo va a cadere su Mastroianni, che ne sembra tutto soddisfatto. “Magari porta davvero buono”, dice». Fu così. Solo in Italia il film incassò 2 miliardi e 300 milioni di lire.
Mezzo secolo dopo il mitico cine-affresco, definito «un viaggio nella notte, durante il sonno della ragione, attraverso una civiltà corrotta e putrescente», continua a far parlare di sé. Gianfranco Mingozzi e lo stesso Kezich stanno girando un documentario intitolato Noi che abbiamo fatto La dolce vita, come il diario ora ripubblicato da Sellerio. Neanche due mesi fa Alberto Arbasino - intervistato per un dvd dell’Istituto Luce sulla vita culturale a Roma dal ’44 al ’68 - ha stroncato in viva voce il capolavoro felliniano. «Flaiano (uno degli sceneggiatori, ndr) conosceva meglio di tutti l’ambiente intellettuale di Roma. Ma da dove sono venuti quegli intellettuali che dicono stupidaggini tremende?». Nel mirino, in particolare, Steiner interpretato da Alain Cuny, l’intellettuale ricco e affermato che si suicida dopo aver ucciso i figli. Ancora Arbasino: «Il film ha segnato la fine della vera dolce vita. Dopo arrivarono frotte di turisti, e addio».
Kezich ammette: «Vero, alcuni intellettuali se la presero col personaggio di Steiner e ne fecero carne di porco. Ma altri, tra i quali Ungaretti e Répaci, apprezzarono. In questi anni ho sentito un mare di scemenze da gente che ne sapeva poco, Arbasino incluso». A dirla tutta, neanche tra i colleghi di Fellini fioccarono i complimenti. Un moto d'invidia comprensibile? Rossellini si definì indignato, De Sica ne parlò male al ristorante preferito di Fellini (era un po’ come parlare male del Papa in Vaticano), Visconti liquidò il film con una battuta infelice: «Quelli lì sono i nobili visti dal mio cameriere».
Il film uscì nel febbraio 1960. L'anteprima del 3 febbraio a Roma non andò bene. Il 5 a Milano successe il finimondo, tra sputi, spintoni e cristalli rotti. La gente s’affollò temendo il sequestro, subito dopo partì la campagna denigratoria promossa da esponenti missini, democristiani, alcuni nobili. Scese in campo, con una trentina di articoli attribuiti erroneamente a Oscar Luigi Scalfaro, anche L’Osservatore Romano. Per dare l'idea: uno di quei corsivi si intitolava «Sconcia vita».
Succedeva nell'Italia del 1960. Oggi La dolce vita è un marchio italiano, in una scena di Live! con Eva Mendes appare il manifesto del film appeso al muro, Julia Roberts dice «paparazzi» invece di fotografi, la scena nella fontana di Trevi è stata copiata fino all’insulto. Difficile che nasca un nuovo Fellini. Ma Paolo Sorrentino, forse, girerà una commedia ispirata a «Cafonal».