Cinquant'anni fa a Kindu nel Congo belga, il massacro dei 13 caschi blu italiani

Gli uomini facevano parte del contingente dell'Onu inviato per sostenere le popolazioni coinvolte in una violenza guerra civile. L'11 novembre 1961 i militari portarono aiuti e rifornimenti da Leopoldville, ora Kinshasa, a Kindu dove caddero in un'imboscata di una delle fazioni in lotta. Disarmati, furono picchiati a sangue e poi abbattuti a colpi di mitra

Erano disarmati, portavano le insegne dei caschi blu dell'Onu, ma questo non bastò a salvare i 13 aviatori italiani che nel novembre del 1961, non è chiaro se l'11 o il 12, vennero catturati nell'ex Congo belga da guerriglieri di una delle frazioni che si contendevano il controllo del Paese africano. Picchiati a sangue e portati giro per la cittadina di Kindu, vennero alla fine abbattuti a raffiche di mitra e poi letteralmente fatti a pezzi a colpi di machete. I loro corpi saranno poi trovati solo un anno dopo, composti e riportati in patria.
La strage ebbe come prologo il 30 giugno 1060 quando il Belgio concesse l'autonomia alla grande Stato del centro Africa dopo 75 anni di dominio assoluto, sulla scorta dell'ondata di rivendicazioni che aveva sconvolto l'intero continente. Ma il disimpegno di Bruxelles scatenò subito una guerra civile. Uno scontro che fece la prima vittima illustre già il 17 gennaio 1961: Patrice Lumumba, padre della nazione e primo capo di governo congolese, venne arrestato e poi giustiziato da Mubutu, autore di un colpo di stato. In breve furono tre le fazioni in campo: il presidente Joseph Kasa-Vubu, con le truppe comandate da Mobutu, Antoine Gizena, appoggiato dal generale lumumbista Lundula, e Moise Ciombe, sostenuto da mercenari bianchi, soprattutto belgi.
In quel contesto le Nazioni unite cercarono di intervenire per sostenere e proteggere le popolazioni civili, inviando un corpo di spedizione internazionale, compreso un contingente italiano, impegnato in compiti di sussistenza. Tra loro due equipaggi italiani che la mattina di sabato 11 novembre decollarono con due C119 dall'aeroporto della capitale Leopoldville, ora Kinshasa, diretti a Kindu per rifornire una guarnigione di caschi blu malesi. La zona era occupata dalle truppe di Gizena che quando videro gli aerei sorvolare la città, credettero si trattasse di un corpo di paracadutisti inviati da Ciombe. Un reparto di circa 80 uomini si mise a caccia dei mercenari, sorprendendo i 13 italiani in una villetta a un chilometro dall'aeroporto. Quando si resero conto dell'equivoco ormai gli animi erano sovreccitati e nessuno riuscì più a fermare la violenza delle truppe africane. Gli italiani disarmati, non poterono opporre la minima resistenza, il tenente medico Francesco Paolo Remotti compreso subito il grande pericolo, tentò di fuggire ma venne abbattuto da una raffica di mitra. E fu il più fortunato. Gli altri 12 vennero catturati, picchiati a sangue e portati in giro per Kindu come dei trofei fino a quando furono fucilati, e i loro corpi straziati a colpi di machete. In seguito in responsabili del massacro accusarono gli italiani, in quanto europei colonialisti, di fornire armi ai secessionisti del Katanga. I corpi furono recuperati solo l'anno dopo e poterono far ritorno in patria.