Cinque «anime» e uno sfratto

Voglia di denuncia, di partecipata aderenza al nostro oggi tempestoso. Ma anche voglia di poesia, di compassione per gli altri. Muove da questa doppia urgenza la scrittura dialettale e asciutta su cui Alessandro Fea costruisce il suo 7 Sogni, spettacolo programmato in questi giorni al Politecnico che rappresenta un piccolo eppure significativo antidoto alla noia, al già visto, ai cliché imperanti nel nostro teatro. E ciò fa tanto più piacere perché si tratta dell’opera di un autore/regista giovane (già l’anno scorso avevamo apprezzato il suo Jenna), interpretata da un cast energico e generoso di emozioni che trova compattezza espressiva nella coralità e nello scambio dialogico. Senza rinunciare però a una sfera più surreale e onirica, affidata ai monologhi e alla musica (la firma lo stesso Fea), personaggio «altro» e «alto» che entra di diritto nella vicenda intervallando/commentando le diverse scene. Tra echi pasoliniani e richiami pur vaghi alla drammaturgia di Annibale Ruccello, vi si racconta la storia di cinque disadattati (una gattara/clochard, un ragazzo psicopatico, una vedova tramortita dalle disgrazie, una prostituta, un travestito) che condividono l’inesorabile destino di uno sfratto esecutivo. Ma condividono soprattutto una periferia romana che assurge a sinonimo di solitudine, miseria, impotenza, degrado. Un quadro dopo l’altro, l’epopea odierna di questi poveri antieroi attraversa macerie intime su macerie intime, per poi correre verso il suo drammatico epilogo. Un plauso particolare va a tutti gli attori: Paola Sebastiani, Daniele Amendola, Laura Schettino, Arianna Gaudio, Davide Gagliardini e Daniel Terranegra.